Veduta laterale della chiesa abbaziale di San Leonardo di Siponto vista dalla strada s.s. 89.
Localizzazione
L’Abbazia di San Leonardo in Lama Volara detta di Siponto dedicata a San Leonardo di Noblac, è uno splendido esempio di romanico pugliese, si trova a pochi chilometri da Manfredonia, lungo la strada s.s. 89 che da Foggia porta alla montagna sacra, il Gargano, poco distante dal luogo ove sorgeva l’antico vescovado di Siponto, insediamento romano prima e poi bizantino. È un antico complesso risalente al XII sec. costituito dalla Chiesa, dal Monastero e dall’Ospedale.
Veduta prospettica dell’Abbazia di San Leonardo, da un manoscritto del XVII sec. custodito presso la biblioteca provinciale di Foggia.
San Leonardo di Siponto dall’Atlante illustrato di Heinrich Wilhelm Schulz.
Cronologia
Il complesso monastico fu fondato tra gli ultimi anni del secolo XI e i primi del sec. XII dai Canonici Regolari di Sant’Agostino come ricovero, ospizio per i pellegrini che si recavano al Santuario dell’Arcangelo Michele e per i cavalieri crociati che, dopo aver pregato, presso il Santuario, s’imbarcavano per la terra Santa. Nel 1261 fu affidato da Papa Alessandro IV ai Cavalieri Teutonici, i quali ne fecero il centro delle loro attività in Puglia e rimasero sino agli anni Ottanta del 1400. Gli scudi crociati di questi frati guerrieri sono ancora visibili all’interno della chiesa.
A partire da quella data, la Chiesa di San Leonardo, considerata Abbazia, venne data in commenda a vari cardinali, tra i quali Bonifacio Caetani, Carlo Barberini e Pasquale Acquaviva d’Aragona, che fu l’ultimo degli abati commendatari. Dal XVII secolo nella chiesa vi officiavano i frati minori. Nel 1810 l’Abbazia fu soppressa da Gioacchino Murat ed il convento con le rendite fu trasferito all’Ordine Costantiniano. La Chiesa di San Leonardo, dopo un lungo periodo di totale abbandono durato quasi due secoli, è stata riaperta al culto nel 1950 ed è sotto la tutela dell’Arcidiocesi di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo.
Attualmente il complesso Chiesa, il Monastero e l’Ospedale sono stati affidati alla comunità dei Ricostruttori della preghiera.
Aspetto architettonico
La Chiesa è a tre navate (la laterale destra ha in parte cambiato il suo aspetto) con arcate ricadenti su semipilastri e pilastri cruciformi al centro, nella navata centrale, è coperta da due cupole disuguali. All’esterno la facciata occidentale presenta un portale che ha una semplice sagoma architravata, sormontata da una lunetta non decorata conclusa da un archivolto.
Nell’abside, sulla volta che copre l’attuale altare è visibile ciò che rimane di un affresco, si percepisce bene il volto di Cristo (pantocratore affrescato – 1200/1300). Parte di questo affresco è andato perso dopo il restauro dell’anno 2000.
Volto di Cristo posto sulla volta del presbiterio prima del restauro del 2000.
Foto recente del volto di Cristo posto sulla volta del presbiterio.
Il crocifisso ligneo di San Leonardo di Siponto All’interno della chiesa è conservata una copia del Crocifisso ligneo di San Leonardo (XII-XIII sec.), il cui originale è custodito nella Cattedrale di Manfredonia. Si tratta di un vero capolavoro d’arte medievale delle dimensioni di m. 2,44 d’altezza per 2,20 di larghezza scolpito e decorato. Molto probabilmente la parte scultorea è stata realizzata in Puglia da intagliatori locali, la parte decorativa presenta pittura e tecnica di tipo orientale. La decorazione presenta elementi tipici dello stile e della tecnica delle icone e sugerisce l’appartenenza di questo Crocifisso al mondo bizantino, invece la parte scultorea lo avvicina a quello d’Oltralpe. Il Crocifisso di S. Leonardo nel 1957 è stato restaurato presso l’Istituto Centrale del Restauro di Roma, prima di tale restauro era collocato nel primo altare a destra dell’ingresso principale. Secondo Alfredo Petrucci il Crocifisso è databile tra il 1220-1230. Nel 1958, dopo il restauro, è stato esposto all’Expo di Bruxelles. Poi per molti anni è stato esposto presso la Pinacoteca Provinciale di Bari. Finalmente il 24 aprile del 1985 è stato riportato a Manfredonia.
Una recente foto del crocifisso ligneo di San Leonardo di Siponto ora collocato all’interno della cattedrale di Manfredonia.
Sulla facciata laterale rivolta a nord c’è uno splendido portale (tra i più belli del romanico-pugliese) che molto probabilmente è stato costruito in un secondo momento, forse in epoca sveva.
Le decorazioni di questo portale richiamano quelle di Santa Maria di Pulsano, altro antico monastero garganico.
Nella parte più esterna due colonne poggiano sul dorso di due leoni stilofori che reggono, a loro volta, due animali alati che sostengono l’archivolto. Il leone di destra addenta una figura umana (il peccatore) che gli afferra una zampa in atteggiamento supplichevole; il leone di sinistra, mutilato, da quanto s’intuisce dai resti sembra addentare un serpente. Gli stipiti e le cornici del portale, dell’arco e della lunetta sono scolpiti con ornamenti vegetali, zoomorfi e antropomorfi. I due capitelli interni sono costituiti da due blocchi trapezoidali con sculture aneddotiche. Quello di sinistra rappresenta, dall’interno verso l’esterno, un Arcangelo Michele che con una lancia trafigge un drago, un pellegrino a cavalcioni su di un’asina la quale, alla vista dell’angelo con una spada, china il capo (Petrucci). Per altri autori sull’asina c’è Bàlaam al quale appare l’Angelo. Bàlaam era un mago babilonese, noto per un fatto descritto nella Bibbia (Deuteronomio 23,4-5) ed era stato inviato a sgominare con la sua magia gli Israeliti, ma venne fermato da un angelo.
Nella lunetta è raffigurato Gesù benedicente in mandorla tenuto da due angeli. Nel frontone, tra il portale ed il baldacchino, a mò di protiro, si trovano due figure maschili con aureola, scolpite a mezzo rilievo. Quella di sinistra, secondo il Petrucci, rappresenta Sant’Agostino; per altri autori è San Giacomo, ma potrebbe trattarsi di un personaggio laico: un sovrano o un pellegrino, perché intorno alla testa non vi è aureola. Quella di destra, con cappuccio sulla testa, un libro in mano ed una catena, raffigura San Leonardo. Tra i due santi molto probabilmente stava una Vergine con Bambino.
Il solstizio d’estate Sin d’agli albori della civiltà c’è stata la consuetudine d’inserire nelle costruzioni a carattere religioso elementi architettonici ispirati da modelli astronomici e matematici per arricchire di elementi simbolici il fabbricato. Il simbolismo cosmico si ritrova nelle costruzioni assiro-babilonesi, in quelle dell’antico Egitto e nelle opere sacre degli Ebrei. Alcuni elementi architettonici, che avevano sfruttato l’osservazione di fenomeni quali il solstizio d’estate e d’inverno, erano stati inseriti nel tempio che Re Salomone aveva innalzato su suggerimento divino.. Essendo il tempio o il monastero al centro del microcosmo locale, l’inserimento in essi di elementi costanti nel tempo (perenni), come i fenomeni astronomici, li rendeva più vicini a Dio. Anche a San Leonardo di Siponto ritroviamo un preziosismo architettonico del genere. Ad ogni solstizio d’estate, il 21 giugno, al mezzogiorno astronomico, il sole è perfettamente sulla direttrice, penetra con un solo raggio all’interno della Chiesa attraverso un piccolo rosone posto in una cupola e va a cadere sul pavimento al centro di due pilastri che sorreggono la navata centrale in prossimità del portale laterale. Il fenomeno è stato concepito con molta precisione, abbinando calcoli astronomici a quelli architettonici al momento della costruzione dell’Abbazia. Simili artifizi si possono osservare in altre Chiese, come ad esempio nella Cattedrale di Chartres in Francia, dove la luce passa attraverso un foro praticato in una vetrata.
l disegno spiega l’artifizio architettonico che permette, nel giorno del solstizio d’estate, di vedere la luce solare proiettata su di un punto ben preciso del pavimento.
Bibliografia
San Leonardo di Siponto. Storia di un antico Monastero della Puglia – S. Mastrobuoni Foggia, 1960.
Cattedrali di Puglia – Alfredo Petrucci, Bestetti, Roma, 1976.
I Simboli Del Medio Evo – Gérard de Champeaux e Sébastien Sterckx, Editrice Jaca Book, Milano, 1981.
Puglia: Turismo, Storia, Arte, Folklore – Mario Adda Editore Bari, 1985.
La Puglia – Italia Romanica – Pina Belli D’Elia, Editrice Jaca Book, Milano, 1987. •Chiese di Puglia, il fenomeno delle chiese a cupola – Luigi Mongiello – Mario Adda Editore Bari, 1988.
Itinerari Federiciani in Puglia – Stefania Mola, Mario Adda Editore Bari, 1994.
San Leonardo di Siponto tra storia e arte, di Alberto Gentile
Cattedrali di Puglia, a cura di Cosimo Damiano Fonseca – Mario Adda Editore 2001 ISBN 88-8082-433-3
Hubert Houben, a cura di: San Leonardo di Siponto. Cella monastica, canonica, domus Theutonicorum. Atti del Convegno Internazionale (Manfredonia, 18-19 marzo 2005. Galatina: Mario Congedo editore 2006 ISBN 88-8086-674-5
Il castello "transilvano" Di Resident Evil: Village
L’idea di Medioevo nei capitoli “europei” di Resident Evil.
Introduzione.
Il Medioevo, come diceva Umberto Eco, lo si “rabbercia”. Lo si ristruttura grossolanamente, lo si raffazzona in modo da poter continuare a usarlo come contenitore per le nostre vite, dal momento che il Medioevo ha inventato una vasta gamma di cose con cui stiamo ancora facendo i conti. Il fenomeno è stato osservato per ogni aspetto possibile, materiale e immateriale: chiese, palazzi comunali, monumenti, film, serie tv, romanzi, fumetti e chi più ne ha più ne metta. Ma come si rabbercia il Medioevo, o meglio il sogno di un Medioevo, in due videogiochi che parlano di zombies, vampiri e lupi mannari ambientati in Europa?
Wu Ming, nel suo romanzo Ufo 78, asserisce che l’obiettivo di uno scritto è raccontare la verità, sia pure parlando di dischi volanti e lupi mannari; dunque, il sogno di un Medioevo in dei videogiochi che parlano di morti viventi e lupi mannari si analizza, a modesto parere di chi scrive, innanzitutto raccontando la verità, storicizzando le opere.
Resident Evil 4 e Resident Evil: Village sono due videogiochi del genere action-horror pubblicati dalla celebre casa nippo-statunitense Capcom. I titoli sono ambientati in piccoli centri isolati di due Paesi europei, rispettivamente la Spagna e la Romania, per fornire il pretesto alla trama (completamente cinematografica) comune a tutta la saga: l’incidente che trasforma un’intera comunità in zombies, che vengono combattuti da eroi “quotidiani”. Il primo titolo, sebbene sia stato oggetto di un ottimo remake lo scorso anno, è in realtà uscito, nella sua versione originale, nel 2004. Il secondo titolo è di parecchio successivo al primo (2021), ma ne raccoglie per molti versi l’eredità, come stiamo per vedere.
Una delle cose inventate dal Medioevo che ci angoscia ancora ai giorni nostri è il terrorismo mistico: da quando è esplosa la polveriera mediorientale e le organizzazioni terroristiche moderne hanno iniziato a pullulare, figure come la setta degli Assassini e il Veglio della montagna hanno suscitato tutta una serie di riflessioni tagliate con l’accetta riguardo a una naturale quanto lombrosiana propensione di determinate popolazioni a svolgere il mestiere di sicario, per la precisione di sicario fanatico. Tali sforzi speculativi hanno poi contribuito, nel sentire comune, a fornire una grossa base di consensi per chi li ha utilizzati per fini politici, evocando invasioni e sostituzioni etniche. Qui ci sarebbe da parlare parecchio, ma noi ci atterremo all’argomento.
Nel 2004, anno di uscita del primo videogioco preso in esame, si era nel pieno dell’operazione Iraqi Freedom, durante la quale si cercavano ipotetiche armi di distruzione di massa che i terroristi avrebbero voluto utilizzare contro “i crociati occidentali”. La Francia, isolandosi, oppose una chiusura alla richiesta di partecipazione al conflitto, scatenando una reazione stizzita oltreoceano che arrivava a vette vertiginose, come gli spot pubblicitari che invitavano a non acquistare automobili francesi o a mutamenti linguistico-culinari come l’innovativo “freedom fries” al posto di “french fries”, le patatine: la guerra si combatteva su ogni fronte. Fra i sostenitori dell’intervento armato, i cosiddetti “falchi”, serpeggiava la livida connotazione di “amico dei terroristi islamici”, riferita a chi sosteneva posizioni per così dire meno massimaliste. Si era sull’onda emotiva dell’attentato al World Trade Center, d’altra parte, e, nel 2004, il Giappone mandò in Iraq un battaglione denominato “Self-Defense Forces Iraq Reconstruction and Support Group”. Sulla carta, il contingente aveva scopi umanitari, ma fu così chiamato per aggirare l’articolo 9 della Costituzione giapponese. Al-Zarkawi, nello stesso anno, intimò al governo giapponese di ritirare le proprie truppe. Fu il primo dispiegamento militare nipponico all’estero dopo la Seconda guerra mondiale.
Noi ci fermeremo qui, perché di sogni, nello spazio di una cartella editoriale, ne abbiamo sciorinati parecchi: il sogno, se dura troppo, diventa coma profondo e, come scriveva Raffaele Licinio, nel coma, i sogni diventano incubi.
Chiusure medievali e Parassiti di Distruzione di Massa
Come punto di partenza, prenderemo il quarto capitolo della saga nel suo remake del 2023.
Ci troviamo a Valdelobos, un paesino rurale sperduto su montagne non meglio precisate della Spagna, in compagnia di due poliziotti che sembrano incarnare uno dei clichés più longevi della letteratura mondiale: l’impiegato pubblico scansafatiche.
Il protagonista è il superpoliziotto statunitense Leon S. Kennedy, in missione per salvare Ashley, la figlia del Presidente degli Stati Uniti. La ragazza è stata rapita da una setta, che ora chiede un riscatto. Leon è sopravvissuto all’incidente di Raccoon City (Resident Evil 2), rimanendone fortemente scosso, e proprio per questo è stato inserito in un programma di addestramento militare estremo.
Il nostro eroe, rimasto solo, si inoltra in un villaggio coperto di erbacce selvatiche, costituito da stamberghe fatiscenti e luride abitate da una popolazione dagli sguardi febbrili e dai movimenti trascinati, che lo attacca violentemente urlandogli contro «forastero», “sconosciuto”. A parte imbarazzanti rassomiglianze cinematografiche (innanzitutto The wicker man del 1973), cosa succede?
Per fortuna, abbiamo una spiegazione: Incubate (bel gioco di parole tra l’incubo di cui sopra e l’incubazione di una malattia) è un film in computer grafica uscito in accompagnamento dell’edizione originale del 2004 di Resident Evil 4, che racconta di Valdelobos con il classico espediente del diario scritto da un dissidente. Si tratta di un paesino montano isolato e chiuso, nel quale fa il suo avvento lord Saddler, capo della setta degli Illuminados. La filosofia degli abitanti di Valdelobos è quella di stare il più lontano possibile dalla modernità e dalla tecnologia, adottando uno stile di vita rustico e semplice, per molti versi simile a quello dell’età preindustriale, con i suoi riti e i suoi ritmi.
Saddler (che, come ogni villain che si rispetti, parla con accento britannico) li convince però che è necessario purificare il loro sangue e le loro anime e, casualmente, ha con sé “il dono”, la cura che li renderà più forti e puri: dei parassiti, Las Plagas. Gli abitanti, a farla breve, si tramutano in una specie di zombies rimbambiti e aggressivi, ma il parassita non riesce a adattarsi al corpo dei bambini del villaggio, che muoiono tutti. Sebbene l’espediente abbia la sua ovvia funzione morale, perché nessun giocatore vorrebbe far saltare la testa a dei poveri pargoli malati, anche questo è un déja-vu: nelle epidemie di peste del Trecento, molti bambini infettati morivano perché tra un’epidemia e l’altra passava parecchio tempo, e i più piccini non erano immunizzati. Lo stesso nome del parassita, Las Plagas, è palesemente un calco dall’inglese plague: peste, piaga.
Dopo aver fatto la sgradita conoscenza dei primi residenti, Leon si ritrova ben presto davanti alla scena madre di ogni rappresentazione di un Medioevo buio: il rogo.
I contadini cercano allora di uccidere Leon, in quella che sembra una trasposizione videoludica della famiglia Hellequin, con tanto di gigante armato di clava. La caccia selvaggia si protrae per varie fasi del gioco, mentre Leon perde e ritrova più volte Ahsley in un purgatorio itinerante spasmodico.
Praticamente sovrapponibile risulta la trama dell’ottavo capitolo, Village, in cui un altro eroe ombroso e americano deve salvare una figlia “speciale” (stavolta la sua Rose) da orde di esseri mostruosi mutati da un parassita.
Il protagonista è Ethan Winters, un uomo comune che si trova in Romania con moglie e figlia neonata grazie a un programma di protezione della BSAA, un ente ONU che si occupa di bioterrorismo. Ethan è sopravvissuto ai macabri fatti del settimo episodio della saga, ambientato in Louisiana: ancora una volta, un eroe dal passato travagliato.
Come recita il titolo, l’avventura si svolge in un anonimo villaggio rumeno sperduto tra i monti, isolato come Valdelobos, governato da una struttura di potere matriarcale (gli antagonisti maschili sono immaturi, impulsivi e trattati con sufficienza dalle donne) che richiama vagamente un sistema feudale: la signora Madre Miranda, alata come un serafino greco e provvista di un’aureola rigida, controlla il villaggio con il terrore insieme ai suoi quattro baroni, dei quali citeremo solo Alcina Dimitrescu, giunonica vampira di due metri e mezzo vestita in stile Belle Époque. Sono esseri mutanti loro stessi, grazie al “cadou”, il “dono” del parassita Megamicete, e capeggiano legioni di licantropi, vampiri e altre creature del genere, cioè i popolani sottoposti alla medesima iniezione salvifica elargita da Madre Miranda.
Ethan è un americano che ficca il naso in un posto in cui non dovrebbe essere (ma guarda un po’…) e allora i cinque “signori” si contendono la sua sorte, sprofondandolo nelle viscere della roccaforte, dove si compie la rituale “caccia selvaggia” da parte dei licantropi. Dopo fasi di gioco rese ancora più rocambolesche dalla visuale in prima persona, Ethan si ritrova prima nel castello e poi nuovamente nel villaggio, costretto a seguire percorsi da criceto prodotti dagli sbarramenti costruiti dalla popolazione sana residua.
Le case del villaggio, pur spoglie e semi dirute, non sono però coperte di escrementi e lerciume e non vi si trovano resti di cibarie tossiche, come in quelle di Valdelobos. Tra gli abitanti ce ne sono per l’appunto alcuni non ancora trasformati, che si riuniscono nell’unica dimora sicura, pregando Madre Miranda con litanie pagane, chiedendole la salvezza. Sono donne e uomini miti, accoglienti e depressi, al punto di cedere all’alcol per fuggire da una realtà allucinante, paradossalmente peggiore della mutazione. Insomma, chiudersi davanti a una minaccia non serve a nulla; anzi, può solo peggiorare la situazione.
La narrazione è però arricchita di alcuni elementi singolari. Ad esempio, l’avventura si apre con un piccolo gioiellino metaletterario: una fiaba animata vera e propria, con tutti i suoi elementi, che anticipa la trama del gioco. Una bambina, incurante del divieto, si allontana nella foresta, dove incontra tre aiutanti (un pipistrello che le dona del nettare, un ragno che le tesse un vestito di seta, un pesce che le dona una scaglia) e un trickster, un cavallo con un ingranaggio sulla fronte. La bimba prende l’ingranaggio dalla fronte del cavallo inchinato, cadendo nel tranello, e l’equino la consegna all’antagonista, Madre Miranda. Ma ecco il co-protagonista entrare in scena: è il padre-eroe che alla fine accetta la lotta e si sacrifica, permettendo alla figlia di salvarsi insieme alla madre.
2. Sto sognando come te un castello che non c’è
Gli scenari di entrambi gli episodi, come è facilmente immaginabile, non possono prescindere dall’elemento principe di ogni ambientazione neogotica: il castello.
Sull’enorme maniero di Resident Evil 4 sembra essersi posato lo stesso ufo planato su Castel del Monte. La struttura si configura infatti come il contenitore unico, nel suo involucro tetro e mastodontico, di tutti i luoghi comuni di antico regime, e dunque del feudalesimo e del Medioevo: lo sfarzo e la pulizia dei pavimenti tirati a lucido dei saloni contrapposti agli ambienti miseri e lerci del villaggio appena lasciato; la completa assenza dei contadini infetti, esclusi dagli ambienti protetti del potere, contro la massiccia presenza di clero e nobiltà (Salazar e i suoi deformi accoliti), unici a godere degli agi di un’abitazione di pregio; il buio di saloni enormi e sprovvisti di finestre adeguate appena rischiarato da lampadari e candelabri mastodontici.
Ci verranno incontro lugubri monaci armati di balestre e catapulte dai proietti infuocati, mazze, scudi e altre armi da mischia; giganti da abbattere a cannonate prima che vi tirino dietro ogni pietra del castello; parassiti disgustosi che si muovono in autonomia o infestando monaci, cani e anche armature cinquecentesche.
Si passerà dai camminamenti di ronda e dai torrioni esterni agli ambienti interni forniti di mobilia e suppellettili raffinatissime, nonché di straordinari rompicapi rappresentati sotto forma di bassorilievi, insegne e serrature cervellotiche. Si arriverà negli immancabili sotterranei colmi di strumenti di tortura farlocchi degni di un museo nazional-popolare e di creature mostruose, per giungere alle ambientazioni da Reggia di Caserta, decorate di stucchi, dipinti e biblioteche. L’intera fortezza si configura come una labirintica scatola cinese, a tratti claustrofobica, a tratti magnifica, in cui il giocatore fa un tour completo dei secoli che vanno dal XIV al XVIII in un’inversione di paradigma del castello disneyano: le attrazioni sono infatti sostituite da sfide mortali, gli indovinelli da enigmi ansiogeni, i personaggi da mostri, la meraviglia dal senso di terrore. La ricostruzione fantastica del gioco ne muta solo la funzione, mantenendo intatta l’immaterialità di fondo del costrutto.
Lo stesso discorso vale per l’ottavo capitolo.
Nuovamente, in tutto il gioco troviamo ambientazioni medievaleggianti, stavolta coadiuvate dalla cornice dell’inverno nevoso di montagna. Vi sono però alcune differenze che, secondo il modesto parere di chi scrive, costituiscono dei miglioramenti.
Le rovine della fortezza, tana dei lupi mannari, sono sufficientemente verosimili, così come gli esterni del castello Dimitrescu, sebbene siano infestati di creature alate simili a gargoyles (sorte inaspettata per dei doccioni) in carne e ossa. Anche gli interni del castello, per quanto ormai ristrutturati in un pesantissimo stile barocco buio e ridondante, sono molto più piccoli e soprattutto sono ripartiti in maniera logica e coerente con gli esterni. Gli ambienti non presentano elementi bizzarri come trenini per il trasporto interno o montacarichi azionati da ingranaggi improbabili, come accade nel maniero spagnolo, e non sono stati disegnati come il solito castello di un vampiro qualunque: c’è il tocco femminile della lady.
Nei sotterranei, di contro, gli sviluppatori si sono sbizzarriti: all’inizio sembrano sobrie strutture ipogee in materiale laterizio smangiato dai secoli e dall’umidità, piene di mobilia in disuso accatastata e cantine polverose; tuttavia, ci si imbatte ben presto nei consueti strumenti di tortura abbandonati e addirittura in una stanza in cui si procede immersi nel sangue fino alla cintola, tra le imprecazioni terrorizzate del protagonista costretto a impallinare vampiri famelici incappucciati e armati di spade e asce da negozio di souvenir sammarinese. Risulta poi particolarmente divertente notare come il parassita sembri mutare gli abitanti in base a un immaginario cinematografico molto distante dal contesto cronologico e geografico: un gigante ipernutrito ricorda più un lottatore di sumo che il diavolo di Cuenca, e Vlad Tepes ha ottenuto la sua fama di vampiro in tempi più vicini al suo successo a Hollywood che al XV secolo, periodo al quale gli sviluppatori hanno ancorato l’immaginario del villaggio anonimo in questione.
3. Lo stereotipo come regola
A partire dal quarto capitolo, assistiamo a una rivoluzione nella saga. I primi tre episodi erano infatti ambientati in America, nell’area dell’immaginaria Raccoon City, e il parassita era il classico virus fuggito da un laboratorio segreto. I luoghi dei primi tre capitoli, ancora una volta isolati e montani, vengono cancellati per sempre da un’arma che nell’immaginario nipponico deve risultare ancor più risolutiva del normale: la bomba atomica.
Il Medioevo post-apocalittico, la distruzione di ogni ordine sociale e delle regole del vivere civile, non c’è più. La peste, dal quarto capitolo, si riprende il suo mondo di riferimento originale: l’Europa di antico regime.
In effetti, almeno per quel che riguarda il quarto capitolo, non sappiamo quanto sia giusto parlare di Medioevo: la parola non esce praticamente mai, né dalla bocca di Leon, né da quella degli altri personaggi. Semmai, ci sono delle interessanti citazioni del Don Quijote, in spagnolo, quando si incontra il controverso Luis Sera, un NPC[1]. Leon e Luis sono due personaggi quasi speculari, che si spalleggiano in un gioco di luci e ombre: eroe traumatizzato ma integerrimo il primo, antieroe castigato e in cerca di redenzione il secondo. Nella cornice di Cervantes, il senso del dovere granitico dell’uno e la sbruffoneria loquacissima dell’altro si configurano come una bislacca controfigura letteraria, con tanto di Dulcinea del Toboso.
Non mancano altri clichés abbastanza scontati: il luogotenente di Saddler è abbigliato come un prete cattolico seicentesco, salvo avere tutti i capi in cuoio da vero duro e, proprio quando lo si incontra, Leon libera un lupo da una nefandissima trappola “medievale”. L’animale, a suo modo, lo ringrazia: la bestia per antonomasia viene redenta con patetica empatia (“take care of yourself, buddy“) dal moderno eroe salvifico. Americano, ça va sans dire.
Lo scontro finale con l’antico regime si ha con il duello tra Leon e il castellano Salazar, il quale, dopo aver insultato diverse volte il protagonista (“non sei per niente un buon cavaliere” – un altro stereotipo – gli dice ad esempio, una delle tante volte in cui Leon perde Ashley), quasi a sottolinearne l’alterità, si becca due pallottole con un americanissimo “you talk too much”: l’eroico uomo d’azione a stelle e strisce cancella un passato logorroico e corrotto, cavia per l’esperimento di Saddler; un “altrove negativo” infestato da una pestilenza perenne, un microcosmo arretrato asservito a un monarca assoluto che lo governa tramite il male.
Leon, salvando la figlia del Presidente dall’orda dei morti viventi, diventa uno dei miti americani per eccellenza: ascende al Valhalla della Greatest generation ever, quella che salvò l’Europa dalla barbarie nazifascista, rassomigliando molto a una specie di Captain America scongelato in un altro contesto.
L’Europa, checché ne dica la Francia, deve ricambiare il favore.
Lievemente diverso, per quanto praticamente congruente, risulta l’impianto narrativo dell’ottavo capitolo, nel quale vediamo popolani non ancora infetti e addirittura alcuni che sono riusciti a fuggire altrove, lasciando le loro catapecchie sbarrate. Gli altri devono difendersi a fucilate da orde di licantropi che li usano come dispensa vivente, pur pregando tutti insieme Madre Miranda nell’unica casa sicura del villaggio, dove si rifugiano quando escono i mostri. Le ambientazioni, per quanto meno campate in aria, trasudano neogotico da tutti i pori, a cominciare dalle teste ci caprone appese un po’ ovunque tra i vicoli. Grottesca risulta la figura del “duca”, nobiluomo parecchio corpulento e decaduto al punto di dover fare il mercante, che svolge la funzione dell’aiutante e, alla fine, conduce sul suo carretto Ethan allo scontro finale, quando ormai l’eroe sembra spacciato.
In Village, inoltre, si ha una menzione del Medioevo direttamente dalla bocca del protagonista, e la cosa accade in una cornice ancora una volta molto più accurata rispetto all’ambientazione del quarto capitolo. Dopo aver sconfitto Alcina Dimitrescu, Ethan incontra una vecchia strega in una cappella sotterranea, tutta adorna di icone della madonna e candele di sego. La strega gli dice che per salvare sua figlia deve recuperare tutti e quattro i contenitori nei quali è stata suddivisa dai duchi cattivi (con un piccolo sforzo si può addirittura pensare al miracolo di una delle leggende agiografiche di san Nicola di Bari) e l’americano, dopo uno scambio di battute immaginabile, proferisce “medieval bullshit”, “stronzate medievali”: la classica espressione con cui ci si riferisce a tutto ciò che di irrazionale e credulone proviene da un passato andato, lontano, obsoleto e ovviamente superstizioso; un’espressione, “medieval bullshit”, che può essere applicata praticamente a tutto, senza perdere la sua efficacia rappresentativa e mantenendo la sua autorevolezza proprio nel menzionare quell’aggettivo, “medieval”, che è diventato ormai il contenitore di ogni stupidaggine possibile. Per uscire da quel Medioevo buio, bigotto e ingiusto bisogna seguire la direzione indicata dal dito puntato dello zio Sam, insomma. Tutto ciò che è da cassare, da rimodernare, da ristrutturare o addirittura da radere al suolo proviene dal Medioevo. Un Medioevo che è rimasto stigmatizzato in una cultura che ha avuto sì il suo, ma l’ha chiamato in un altro modo.
Nota bibliografica
Per il sogno del Medioevo ci si è riferiti a Umberto Eco, Dieci modi di sognare il Medioevo, tratto da Sugli specchi e altri saggi, Milano 1985 e Raffaele Licinio (a cura di), Castel del Monte. Un castello medievale, Bari 2002, Premessa.
Per le ambientazioni orrorifiche medievali e le loro corrispondenze nella letteratura specifica e nelle fonti, si veda Vito Fumagalli, I paesaggi della paura. Vita e natura nel Medioevo, Bologna 2001, pp. 31-34 e 37-39. Si veda anche, dello stesso autore, Quando il cielo s’oscura, Bologna 1998, in particolare pp. 24-29 e 64-65.
Fondamentale anche la lettura di Piero Camporesi, Il pane selvaggio, Milano 2016, in particolare p.23 ss; 85-86; 134 ss.
Per la famiglia Hellequin e le superstizioni in generale, Orderico Vitale, Historia Ecclesiastica, Lib. VII., Londra 1864 e Jean-Claude Schmitt, Medioevo superstizioso, Bari 1992, p. 126 ss. e passim.
Per la caratterizzazione del lupo tra antichità e Medioevo, cfr. Gherardo Ortalli, Lupi genti culture. Uomo e ambiente nel Medioevo, Torino 1997, pp. 57-83. Notare che lo stesso nome del villaggio di Valdelobos richiama il lupo, animale padrone delle valli in cui sorge l’abitato, rendendolo un luogo spaventoso anche nella toponomastica.
Per l’idea di Medioevo in generale, si vedano Francesco Violante, L’età dimezzata. Il Medioevo come stereotipo tra ricerca e didattica, in AA.VV., Il Mezzogiorno medievale nella didattica della storia, a c. di Raffaele Licinio e Tommaso Montefusco, Bari 2006 e Giuseppe Sergi, L’idea di Medioevo, Roma 2005. Per la caratterizzazione negativa a priori del Medioevo, anche a livello giornalistico, G. Sergi, op cit. p. 22.
Per gli effetti degli ufo sui castelli, si veda Raffaele Licinio (a cura di), Castel del Monte. Un castello medievale, Bari 2001, Premessa.
Per il concetto di “alterità nell’alterco” cfr. Massimo Arcangeli, Senza parole. Piccolo dizionario per salvare la nostra lingua, Milano 2020.
Per il Medioevo “americano”, la sua differente accezione nella cultura d’oltreoceano e la percezione dello stesso nella cultura mainstream, si veda Gabriella Piccinni, I mille anni del Medioevo, Milano 2002, p. 434 e passim.
Tutte le immagini sono state tratte dai videogiochi originali tramite il sistema di cattura schermo di PlayStation 5.
[1] Data la nequizia dei tempi, occorre specificare che NPC sta per Non Playable Character, personaggio non giocabile, niente a che fare con i balletti dai movimenti stereotipati tanto in voga oggigiorno sui social media. Tali espressioni artistiche vanno sotto il nome di NPC per ragioni completamente ignote a chi scrive.
Plastico di Nonantola medievale realizzato dagli alunni, dalle educatrici, dagli educatori e dagli insegnanti del dipartimento di Sostegno della scuola media "Dante Alighieri" di Nonantola nel 2017. Conservato presso il museo di Nonantola.
«[…] La varietà delle testimonianze storiche è pressoché infinita.
Tutto ciò che l’uomo dice o scrive, tutto ciò che costruisce,
tutto ciò che sfiora, può e deve fornire informazioni su di lui […]».
Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico
Marc Bloch, nella sua “Apologia della Storia”, parlava di Bruges e dell’insabbiamento del golfo dello Zwin nel X secolo, mettendo in relazione l’attività dell’insediamento e il fenomeno idrogeologico nell’analisi della crescita e del declino commerciale della città.
Lo storico si interrogava su quale dovesse essere la disciplina più adatta allo studio del fatto, arrivando alla conclusione per cui nessun fenomeno fisico e naturale, quando interessa dei costrutti umani, può essere studiato “a sé”, ma deve essere rapportato all’azione umana. Nessuna scienza, se non la storia, è costretta a «[…] usare simultaneamente tanti strumenti diversi […]»: la storia è la disciplina che studia l’uomo nel tempo e l’esempio citato si sposa particolarmente bene con il discorso che stiamo per affrontare. Parleremo infatti della trasformazione e dello sviluppo di una città medievale in rapporto alle terre e alle acque che la circondano, e di come le donne e gli uomini che l’abitavano interagirono con l’ambiente nella costruzione, nella trasformazione e nell’espansione della stessa.
Forse abbiamo puntato troppo in alto in questa breve introduzione: non ce ne voglia chi fa un utilizzo migliore degli scritti di Bloch. Cionondimeno, dovremo servircene almeno per un altro punto che si cercherà di evidenziare: lo storico francese, nel viaggiare per le campagne del Nord della Francia, rimaneva colpito dal disegno dei confini dei campi e avviava una profonda riflessione sulla mentalità contadina che andava ben oltre sistemazioni giuridiche tutto sommato recenti, fornendo spunti per ragionare addirittura su quale educazione dovettero avere i figli piccoli delle famiglie contadine e sull’impatto che ebbero i rapporti tra diverse generazioni nella trasformazione del territorio.
Noi cercheremo di occuparci di un mondo contadino, tradizionalista come diceva Bloch, ma anche capace di strutturarsi in modo funzionale e longevo, tanto da durare, nelle sue espressioni politiche e gestionali, fino ai giorni nostri. E non stupirà che sia stata necessaria un’indagine archeologica per lo studio di un passato istituzionalmente così strutturato: Nonantola è una comunità contadina, e come le altre non fa eccezione: i suoi documenti più antichi, conservati nell’archivio storico del Comune, risalgono solo alla fine del secolo XVIII.
La storia di Nonantola è da sempre fortemente legata alle terre e alle acque che la circondano: la cosa è chiara fin dall’analisi dei primi reperti risalenti all’età del bronzo.
Lo stesso nome della città (da Nonaginta, novanta) deriva dalla divisione in centurie dei terreni bonificati ad opera dei romani, aspetto sul quale non si insisterà per ragioni di sintesi.
Ci occuperemo del periodo medievale, al quale la comunità nonantolana deve molto, e del quale porta avanti alcune idee originali, adattandole di volta in volta ai tempi e valorizzandone ogni lascito.
Per iniziare in modo serio, citeremo lo scavo dell’Università Ca’ Foscari in piazza Liberazione, dal quale è emersa la chiesa medievale (XII secolo) di San Lorenzo, con annesso cimitero, demolita nel secolo XVI. Il perimetro della chiesetta è stato evidenziato dopo aver ricoperto lo scavo attentamente, in modo da lasciare traccia di un intervento delicatissimo di archeologia urbana, pur senza limitare la fruizione di spazi comuni.
Certo, la presenza dell’importantissima abbazia e dell’istituto della Partecipanza agraria hanno contribuito non poco al modellarsi dell’identità collettiva e uno dei monogrammi di Carlomagno, in un diploma conservato nel museo dell’abbazia, ha fornito idee lapalissiane alle attività commerciali limitrofe.
Non che i nonantolani manchino di autoironia: fino a non molti anni fa, mi raccontavano, sulla parete della chiesa della Beata Vergine della Rovere, santuario sconsacrato posto all’ingresso ovest dell’abitato, campeggiava un’iscrizione goliardica che recitava “benvenuti a Frìttole”, periodicamente cancellata e puntualmente riscritta. Il contenuto del messaggio era sicuramente scherzoso (neanche troppo), ma riflette un’abitudine tutta emiliana di affermare il proprio pensiero anche e soprattutto quando te lo censurano: sul muro dell’ospedale vecchio di Sant’Agostino a Modena, qualcuno scriveva continuamente “grazie a Dio non sono bolognese”, soprattutto quando il Comune faceva coprire il messaggio dagli imbianchini divertiti.
Goliardie a parte, a un occhio attento risalta subito come una delle attività economiche di un certo rilievo, posta immediatamente all’ingresso del paese, porti il nome di una delle più importanti famiglie della Partecipanza; come le espressioni dialettali richiamino a gran voce abitudini inveterate; come le testimonianze medievali, pur volendo fare un discorso a parte per l’abbazia, siano non solo ben conservate, ma ancora parte integrante di un tessuto cittadino in cui esistono ancora l’operosità e la solidarietà emiliane di una volta, connesse tra loro in modo così stretto da non produrre, nei dialetti della zona, alcun termine che designi precisamente lo sfaticato: si devono utilizzare iperboli come bôun ed gnìnta, il buono a nulla, o antifrasi tipo lavòr tanta rôba, che non c’è bisogno di tradurre.
Nonantola e i nonantolani meritano una menzione d’onore prima di iniziare, dato che abbiamo appena parlato di solidarietà, per la vicenda di Villa Emma: nel 1942, diversi ragazzi orfani di origine ebrea tedesca furono ospitati nella villa per un anno intero su iniziativa della DELASEM e furono fatti poi fuggire di nascosto in Svizzera con uno sforzo eroico di tutti i cittadini, che li salvarono così dalle angherie naziste successive all’8 settembre 1943.
Come dicevamo, la storia di Nonantola è legata a quella della sua abbazia.
Nel 752, Astolfo, re dei Longobardi da pochi anni, fece un atto di donazione a suo cugino Anselmo, nel quale erano compresi diversi beni e varie pertinenze territoriali.
Il documento ci è giunto, come spesso accade, in una copia più tarda rispetto all’originale perduto, ma gli elementi che lo costituiscono possono essere a buon diritto dichiarati fededegni.
I territori elencati nel documento gravitano intorno alla corte Gena, una proprietà agricola dai confini ben definiti, che presenta i tratti caratteristici del sistema curtense già in età longobarda.
Diversi scavi hanno dimostrato che la corte Gena era un’area probabilmente agricola, attraversata dal torrente Torbido, che scorreva nell’area dove ora sorge l’Abbazia.
In uno dei primi abitati esaminati negli scavi sono state trovate tracce di un torchio, di magazzini e altri ambienti legati ad attività produttive, adiacenti a un edificio religioso, già demolito e riutilizzato in età carolingia, e definitivamente cancellato dalla costruzione delle mura bolognesi nel XIV secolo.
Siamo quindi davanti a un modesto abitato sulle rive del torrente, i cui edifici dovevano essere stati fondati su preesistenti costruzioni di età romana riutilizzate, e realizzati con materiali deperibili su alzato in pietra o materiale laterizio.
La fondazione dell’Abbazia, che conobbe una certa fortuna, determinò una rapida trasformazione dell’abitato. Il monastero, già sul finire del secolo VIII, possedeva i territori degli attuali territori di Nonantola, Ravarino, Camposanto, Crevalcore, San Giovanni in Persiceto e Sant’Agata, e i monaci dell’abbazia iniziarono un’opera di bonifica che fu coadiuvata da fattori esogeni come un generale miglioramento climatico, un aumento della popolazione e importanti innovazioni tecniche in agricoltura. I canali vennero utilizzati non solo per irrigare, ma anche come fonti di energia cinetica per mulini e torchi. La domanda per i terreni coltivabili aumentò sensibilmente e l’abbazia seppe trarre vantaggio dalla rinnovata ricchezza dei suoi possedimenti.
A partire dal IX secolo, infatti, furono realizzati ambienti più pregevoli, in linea con la crescente notorietà dell’istituzione. La prima chiesa fu infatti demolita, facendo spazio a diverse attività artigianali (come la fornace, il cui utilizzo da parte dei monaci è attestato da embrici che riportano le abbreviazioni dei nomi tracciate con uno strumento appuntito prima della cottura), che scomparvero in seguito con la costruzione dello scriptorium e la ristrutturazione della residenza abbaziale.
Di particolare importanza, lo scriptorium nonantolano presentava decorazioni sulle pareti e ospitava una complessa manifattura di codici, come attestano i ritrovamenti di fermagli e altri elementi utili a fabbricare le chiusure dei tomi in età carolingia. L’eterogeneità dei ritrovamenti testimonia degli scambi con altri centri manifatturieri, e quindi di dialogo con altri centri di produzione libraria.
L’importanza dell’abbazia tra VIII e IX secolo è testimoniata da reperti certamente pregevoli, come il sigillo plumbeo di Ludovico II e le spoglie di San Silvestro, ancora patrono di Nonantola, che furono traslate intorno al secolo VIII da Roma ad opera dell’abate Anselmo, rendendo l’abbazia meta di pellegrinaggi.
Con il X secolo, l’abbazia conobbe un periodo di declino, certamente legato alla crisi del potere politico cui era profondamente legata, che determinò la perdita di autonomia dell’istituzione monastica.
All’inizio del secolo, Nonantola fu saccheggiata dagli Ungari. I monaci dell’abbazia si diedero alla fuga e, se l’abate Leopardo riuscì a mettersi in salvo, diversi suoi confratelli furono uccisi. Modena non fu espugnata, grazie alla solidità delle mura fatte racconciare il secolo prima dal vescovo Liduino e allo zelo dei giovani modenesi chiamati a fare da scolte e vedette, così come ci informa il “Ritmo delle scolte modenesi”.
Questi eventi determinarono delle trasformazioni strutturali sia del tessuto urbano che dell’edificio di culto nonantolani: l’abitato fortificato da fossati e palizzate viene indicato nelle fonti del X secolo come castrum Nonantule.
Se il secolo XI viene considerato un periodo di “svolta” un po’ in generale, ciò è particolarmente vero per Nonantola. Risale al 1058, difatti, la costituzione di un istituto tuttora vigente: la Partecipanza agraria.
Nel 1058, l’abate Gotescalco instaurò un legame singolare con le famiglie nonantolane maiores, mediocres e minores. L’abate concesse il privilegio (trasmissibile per via ereditaria) del godimento dei diritti fondamentali riguardanti la libertà delle persone e il diritto di uso della terra “con le selve e le paludi e i pascoli in essa compresi”. Per godere di questo diritto, l’abate chiedeva la residenza (clausola ad incolandum), la costruzione di tre quarti delle fortificazioni del borgo (mura e fossato, parte della clausola ad meliorandum) e la difesa del monastero e del territorio di Nonantola contro qualsiasi nemico.
La Partecipanza, una proprietà collettiva di terreni, esiste ancora oggi.
L’istituzione della Partecipanza fu anche l’occasione per il riempimento del canale Torbido, confine naturale dell’abbazia, che poté così allargarsi con il nuovo cenobio e la chiesa abbaziale, donando al centro l’aspetto che ha poi conservato nei secoli.
L’evento che più trasformò le strutture dell’abbazia e probabilmente dell’intero abitato nonantolano fu però il terremoto del 1117. Numerosi scavi hanno confermato lavori importanti dopo questa data, sia per la facciata che per la muratura, sebbene non comportarono una completa trasformazione dell’edificio. Quello che cambiò profondamente nel corso del XII secolo fu l’utilizzo dei terreni.
Dal 1152, dopo la rotta di Ficarolo, il Po abbandonava infatti il ramo di Ferrara per migrare verso il ramo di Venezia. Il Secchia e il Panaro, per le trasformazioni dovute alla diminuzione della forza dragante del Po e al conseguente interramento dei loro alvei, deviarono il loro corso verso Ovest. In questo modo, molti terreni videro cambiare la propria destinazione, diventando l’asse portante per progetti di valorizzazione agricola, come per l’appunto quelli delle Partecipanze agrarie.
Tra il XII e il XIII secolo, Modena e Bologna conobbero uno sviluppo e un dinamismo eccezionali, espandendosi nel contado. Nonantola fu prima controllata dai modenesi, che ricostruirono, intorno al 1261, una delle torri volute da Gotescalco nel 1058. Nonantola era ancora sprovvista di mura vere e proprie, quindi la fortificazione, di utilizzo prettamente militare, doveva stagliarsi solitaria sui fossati.
E fu forse per i parziali interramenti degli alvei di Secchia e Panaro, che il torrente Tiepido fu ragione di sventura per le truppe imperiali di Federico II nel 1249, alla Fossalta.
L’avanguardia guidata da re Enzo voleva attaccare dei bolognesi che costruivano un ponte sul Panaro, ma le forze imperiali furono colte di sorpresa dal grosso delle truppe bolognesi e, ripiegando, non riuscirono a manovrare perché il Tiepido (che è un torrente, quindi soggetto a queste dinamiche) era ingrossato, e furono massacrate.
Questo episodio, seppur indirettamente, ci racconta della profonda simbiosi tra gli abitanti del luogo e le acque: i bolognesi costruivano un ponte sul Panaro, che è un fiume e ha una portata stabile. In più, da qualche tempo era parzialmente interrato, come abbiamo visto: i bolognesi lavoravano in sicurezza.
Gli imperiali, vuoi per inesperienza dei luoghi, vuoi per pura e semplice tracotanza, non si curarono di lasciarsi alle spalle un torrente ingrossato: guardarono solo avanti e probabilmente si sentirono incoraggiati dal fatto che il terreno non presentasse particolari difficoltà in una carica. Furono però presi ai fianchi da truppe esperte, e fecero la fine che tutti conosciamo.
Per dovere di cronaca, l’alluvione di Nonantola del 2021 fu provocata proprio da un ingrossamento anomalo del torrente Tiepido.
Nel XIV secolo, più precisamente dal 1307, Nonantola passò sotto il controllo del comune di Bologna, che costruì la torre dei Bolognesi, anch’essa ancora visibile, in un sistema di fortificazioni edificate in materiale laterizio e consistente di un buon numero di torri e rivellini, corredato di ponti mobili per l’accesso all’abitato.
La torre fu trasformata in carcere nel secolo successivo, quando Nonantola passò sotto il dominio estense, essendo mutate le esigenze difensive dell’abitato. Dal 2007, la torre dei bolognesi ospita il museo di Nonantola.
Bibliografia essenziale:
AA. VV., Aquae. La gestione dell’acqua oltre l’Unità d’Italia nella pianura emiliana. Celebrazione del 525° anno dallo scavo del “Cavamento Foscaglia” 1487-2012, a cura di Silvia Marvelli, Marco Marchesini, Fabio Lambertini, Carla Zampighi, Bologna 2011.
AA. VV, Nonantola (6 volumi), a cura di Sauro Gelichi e Mauro Librenti, Firenze 2013 e l’edizione sintetica: AA. VV. Nonantola nel Medioevo, a cura di Mauro Librenti e Chiara Ansaloni, Modena 2020.
David Abulafia, Federico II, un imperatore medievale, Torino 1990.
Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico (Piccola biblioteca Einaudi. Nuova serie Vol. 460). EINAUDI, Edizione del Kindle.
Ritmo delle scolte modenesi (O tu qui servas), in MGH, Poetae Vol. III, Berlino 1896, p. 703.
Corradino di Svevia nacque a Landshut, in Germania, nel 1252. Il padre era Corrado IV, figlio di Federico II, la madre Elisabetta di Wittelsbach (di Baviera). Noto anche come Corrado V di Hohenstaufen, fu l’ultimo sovrano della illustre dinastia: con lui si estinguerà, in pratica, la discendenza diretta. E’ stato duca di Svevia (1254-1268, come Corrado IV). Fu re di Sicilia dal 1254 al 1258 con il nome di Corrado II, e re di Gerusalemme dal 1254 al 1268 con il nome di Corrado III.
Chiesa del Carmine Napoli – statua di Corradino
Nel 1266, dopo la morte di Manfredi, quando aveva solo quattordici anni, fu chiamato in Italia dai ghibellini. Allora nell’Italia meridionale erano accesi fuochi di resistenza nei confronti di Carlo d’Angiò, che fu costretto a precipitarsi verso il sud per cercare di reprimere almeno le principali opposizioni prima che il giovane Hohenstaufen varcasse i confini del regno di Sicilia.
Miniatura del Codex Manesse che illustra il quattordicenne Corradino di Svevia durante una battuta di falconeria.
La calorosa accoglienza ricevuta nella ghibellina Pisa lo incoraggiò a continuare la marcia verso il Sud e verso l’eredità che legittimamente gli spettava. Accolto con favore dalle città imperiali dell’Italia settentrionale, entrò a Roma trionfalmente, ponendo le premesse per una facile vittoria. Fu allora che Carlo d’Angiò, abbandonato l’assedio della colonia musulmana di Lucera che aveva intrapreso per onorare una promessa formulata al Pontefice, si mise in marcia per intercettare al più presto l’esercito di tedesco. L’incontro avvenne sul confine del Regno di Sicilia presso Tagliacozzo. Era il 23 agosto 1268. Dopo le prime mosse di assaggio, i comandanti dei due eserciti accettarono lo scontro campale. L’esito della battaglia si mantenne a lungo incerto, la carneficina fu enorme finché gli Angioini più numerosi, freschi, e forse meglio organizzati, ebbero la meglio. Ma vediamo come si svolse la battaglia. Corradino fu sconfitto dopo un’apparente iniziale vittoria a causa di uno stratagemma ideato da Alardo di Valéry, che prese spunto a sua volta da un analogo espediente usato dai saraceni nelle crociate: il nobile Henry de Cousances, che era aiutante di campo del re, indossò le vesti del sovrano francese e si lanciò in battaglia con tutta l’avanguardia angioina preceduta dalle insegne reali. Gli uomini al seguito di Corradino si scagliarono in massa contro questa schiera, sbaragliandola. Caduto il Cousances, i ghibellini ebbero l’illusione di aver ucciso l’usurpatore francese e di avere in pugno la vittoria.
Dalla Nuova Cronaca di Giovanni Villani – Battaglia di Tagliacozzo Codice Chigi, Biblioteca Apostolica – Vaticano
Ruppero così le loro formazioni, rilassandosi e poi inseguendo disordinatamente i franco-guelfi. Tutto ciò diede a Carlo I d’Angiò l’occasione di sferrare un nuovo attacco, questa volta a sorpresa, utilizzando 800 cavalieri che aveva tenuti in riserva e nascosti in un avvallamento. I ghibellini furono presi di sorpresa e alle spalle, non ressero alla carica della cavalleria angioina, furono travolti e si dispersi. Per lo schieramento svevo fu una disfatta che assunse in breve le proporzioni di un vero e proprio massacro.
Battaglia di Tagliacozzo, minaitura medievale.
In un primo momento Corradino riuscì a sottrarsi alla cattura, iniziando una rocambolesca quanto umiliante fuga nella campagna, ospite di gente che forse neppure lo conosceva. Alla fine, tradito da alcuni compagni, fu catturato dalle milizie angioine ed imprigionato. Portato in catene a Napoli, fu sottoposto ad un processo farsa, assieme ad alcuni suoi fedelissimi: quali delitti potevano essergli contestati, tranne quello di voler onorare il nome della dinastia e di affermare i propri diritti? Condannato a morte, fu decapitato a soli sedici anni il 29 ottobre 1268 sul patibolo eretto in Campo Miricino, l’odierna Piazza del Mercato della città partenopea. Con questa orrenda, ingiusta morte che all’epoca destò grande scalpore, finivano gli Hohenstaufen. Si dice però che alla esecuzione fosse presente Giovanni da Procida, fedele amico di Federico II, che raccolse il guanto di sfida con l’intenzione consumare presto ad una giusta vendetta.
Decapitazione di Carradino – Codice Chigi.
Dante ricorda il giovane Corradino nel XX canto del Purgatorio: “Carlo venne in Italia e, per ammenda, vittima fe’ di Curradino…”.
LA FIRMA AUTOGRAFA DI CORRADINO DI SVEVIA Nota a cura di Alessandro De Troia. Questa è l’unica firma autografa di Corradino di Svevia, nipote di Federico II, a quel tempo (Giugno 1268) appena sedicenne. Il giovanissimo svevo scrisse di propria mano la prima delle sottoscrizioni nel trattato di Pisa quando da Pavia vi giunse nella traversata verso il Sud Italia nel tentativo di strappare il regno a quel Carlo d’Angiò che appena due anni prima l’aveva conquistato uccidendo Manfredi, il “bello, biondo e di gentile aspetto” dantesco e figlio di Federico II. A firmare con lui, il fedelissimo Federico di Baden, Duca d’Austria e Wolfrad di Veringen a cui toccò la sua stessa sorte. L’ultimo a firmare fu Guido Novello, il più importante rappresentante dei ghibellini toscani di quel periodo. Nos Corradus Secundus Dei Gratia Jerusalem et Sicilie Rex, Dux Svevie, suprascripta manu propria confirmatus Fonte: Archivio di Stato di Pisa
Corrado visse la vicenda tormentata dell’uomo cresciuto all’ombra di un padre forte, autoritario, senza avere la possibilità di avere una vita propria, secondo le proprie attitudini. Secondogenito di Federico II, nacque ad Andria il 25 aprile del 1228 dalla giovanissima Jolanda di Brienne, che l’Imperatore sposò senza amarla, solo perché gli recava in dote il titolo di re di Gerusalemme; e che morì solo dieci giorni dopo il parto. Il padre si legò molto al figlio, vedendo in lui il proprio successore: per questo, cercò di impartirgli un’educazione rigida, finalizzata, degna di un imperatore. Ma non tutti gli uomini accettano di essere predestinati ad un fulgido futuro.
Corrado IV interpretato da un Pittore anonimo – XVIII secolo.
Così, Corrado rifiutò la disciplina imposta dal ruolo, e si rivelò indisciplinato, privo di volontà. Il contatto ed il confronto con i fratellastri (figli bastardi dell’imperatore) che mostravano coraggio, intelligenza e amore per la poesia e le arti cavalleresche, voglia di affermarsi, gli inasprì il carattere rendendolo chiuso, diffidente e violento. Federico non riuscì ad essere severo con lui; ma il ragazzo si rese conto della severità del padre quando questi operò la feroce repressione contro l’altro figlio Enrico, re di Germania, che gli si era ribellato. Quando il fratellastro Manfredi gli comunicò la morte del padre avvenuta il 13 dicembre 1250, Corrado fu colto da una tempesta di sentimenti: dolore per la perdita di un punto di riferimento certo, senso di liberazione da un padre padrone che lo aveva vessato fin dall’infanzia, rabbia per non sentirsi all’altezza di una grave eredità…
Incoronazione di Corrado IV, da un manoscritto francese del XIV secolo.
Nei mesi successivi Corrado entrò in contesa con Guglielmo d’Olanda per la successione al trono imperiale, ma nessuno dei due fu eletto. Così, nel gennaio del 1252 scese in Puglia, sua terra natale, dove allontanò Manfredi e si fece incoronare re di Sicilia. Qui cercò di rafforzare la sua posizione in Puglia e si riappropriò delle città di Capua e Napoli; quindi si oppose senza successo all’ostilità di papa Innocenzo IV, che lo scomunicò più volte. Trascorrendo i mesi, gli anni, Corrado non riusciva ad ambientarsi nella terra che tanto aveva amato Federico. Il clima mediterraneo, nel quale peraltro era nato, non gli giovava, gli usi del posto gli erano estranei. La sua vicenda umana si concluderà a Lavello il 21 maggio del 1254 colpito dalla stessa febbre intestinale che aveva ucciso il padre ed il nonno Enrico VI. Un altro perfido avvelenamento? Lasciò erede il figlio Corradino che non divenne mai re. Fu sepolto a Messina.
Bibliografia: • Bianca Tragni, Il Re Solo, Corrado IV di Svevia, Mario Adda Editore, Bari, 1998. • Eberhart Horst, Federico II di Svevia L’imperatore filosofo e poeta, Rizzoli Supersaggi, Milano, 1994.
Enzo — o, derivando meglio dal nome latino, Enzio (Heinrich detto Heinz, in lat. Encius, in ital. Enzio o Enzo) — nacque nel 1220 dalla relazione di Federico II con una nobildonna di origine germanica, Adelaide, che alcune fonti affermano sia stata la figlia del duca di Spoleto Corrado di Urslingen Conte di Assisi, nominato da Enrico VI Duca di Spoleto, uomo di assoluta fiducia della Casa sveva: lo stesso che aveva fornito ospitalità a Costanza d’Altavilla al momento del parto. Detto “il Falconetto” per la sua grazia e per il suo valore, Enzo è stato un uomo decisamente interessante sotto vari aspetti: come il padre amò la cultura e lo sport, fu appassionato della caccia con il falcone, un buon poeta, amante del gentil sesso, un condottiero coraggioso ancorché sfortunato.
Diciottenne, nel 1238 sposò per interessi dinastici Adelasia di Sardegna, principessa dei Giudicati di Torres e Gallura, vedova di Ubaldo Visconti, dieci anni più anziana di lui. Con questo matrimonio divenne Re di Sardegna, sollevando il risentimento di Gregorio IX che non voleva vedere occupato dalla Casa di Svevia un simile interessante possedimento, in precedenza vassallo della Chiesa. In seguito il Papa riuscì a sciogliere il matrimonio per infedeltà del marito. Nel 1249, passò a seconde nozze con una nipote del cognato Ezzelino da Romano, della quale non si conosce il nome. Giova ricordare che Ezzelino aveva sposato Selvaggia (1223-1244), una figlia naturale di Federico. Dai matrimoni, Enzo ebbe un figlio Enrico, non ricordato dal testamento del padre; mentre da una certa Frascha ebbe una figlia illegittima, Elena, che — ricordata nel testamento — andò sposa a Ugolino della Gherardesca conte di Donoratico.
L’attività militare di Enzo fu intensa. Nel 1241 partecipò alla battaglia navale dell’Isola del Giglio: un assalto piratesco contro i prelatii inglesi e francesi che, partiti da Genova, si recavano a Roma per partecipare al Concilio Ecumenico convocato da Gregorio IX. Fu un’ecatombe di monsignori fra morti, feriti e prigionieri rinchiusi nelle carceri del Regno di Sicilia; un gesto che costerà caro alla diplomazia ed all’immagine dell’Impero. Successivamente, combatté a lungo contro i Comuni lombardi. Nel giugno del 1247, mentre era con i Cremonesi all’assedio del castello di Quinzano presso Verolanuova, nelle vicinanze di Brescia, ebbe notizia della defezione di Parma a vantaggio dei Guelfi, e fu il primo ad accorrere in aiuto degli Imperiali presso la città ribelle. Il 18 febbraio 1248, giorno della sconfitta, uscì indenne dalla distruzione della cittadella imperiale di Victoria — fatta erigere da Federico alle porte di Parma — perché era in missione militare sulle rive del Po. Nel 1249 il suo esercito fu sconfitto dai Bolognesi nella battaglia di Fossalta; catturato, fu condotto in catene a Bologna.
Re Enzo catturato dai bolognesi (miniatura del Codice Chigi).
Re Enzo catturato a Fossalta dai bolognesi, così è stato disegnato da Enzo Maria Carbonari nel libro “La montagna incantata” pubblicato con il patrocinio della Fondazione Federico II di Jesi.
Stemma bicefalo di Re Enzo. (a cura di Alessandro De Troia).
Federico ne chiese con insistenza la restituzione — era stato e restava uno dei suoi figli più fedeli ed affidabili — ma i bolognesi risposero chiaramente che non lo avrebbero mai liberato. E così fu. Durante la lunga, dorata ma tristissima prigionia nel palazzo del Podestà in Bologna, conobbe varie donne ed ebbe due figlie naturali: Maddalena e Costanza, entrambe ricordate nel testamento. Si dedicò alla poesia, scrivendo fra l’altro un estremo saluto all’amata Puglia che lo aveva visto bambino:
Va, canzonetta mia, e saluta Messere, dilli lo mal ch’i’ aggio: quelli che m’à ‘n bailìa sì distretto mi tene, ch’eo viver non por[r]aggio salutami Toscana, quella ched è sovrana, in cui regna tutta cortesia; e vanne in Pugl[i]a piana, la magna Capitana, là dov’è lo mio core nott’e dia.
Enzo finirà i suoi giorni ancora prigioniero a Bologna, il 14 marzo del 1272. Nel 1909 Giovanni Pascoli si ispirerà a lui nelle celebri composizioni poetiche “Canzoni di re Enzio”.
LE LIRICHE Enzo è il più attivo e fervido tra i poeti della famiglia imperiale. L’amarezza per le tragiche vicissitudini che lo vedono protagonista trova libero sfogo nelle sue romanze, pervase di un’originale linfa poetica, priva di artifici e convenzioni. Le composizioni risalgono al periodo nel quale è prigioniero dei Bolognesi dopo la sconfitta di Fossalta del 1249, mentre incanta prima i suoi carcerieri poi la nobiltà cittadina con la letizia e la freschezza della sua gioventù. Ciò che resta delle sue romanze, gelosamente custodite in un quaderno menzionato nel suo testamento, sono solo pochi versi. In Amor si fa sovente, probabilmente una delle prime liriche, esprime ancora un bagliore di gioia e vitalità; in S’eo trovasse pietanza, da cui sono tratti i versi seguenti, troviamo solo la cupa disperazione di un uomo senza speranza:
Ecco pena dogliosa che nel cor mi abbonda, e sparge per li membri sì che a ciascun ne vien soverchia parte; Non ho giorno di posa come nel mare l’onda. Core, che non ti smembri? Esci di pena e dal corpo ti parte.
TEMI E PROBLEMI Re Enzo è stato sicuramente un personaggio di rilievo del XIII secolo, ma la sua figura, come quella degli altri figli di Federico II, è stata messa in ombra, per il grande mito che si è sviluppato intorno alla figura del padre. Ma Enzo è riuscito a lasciare il segno nella “democratica” Bologna che ancora oggi celebra e ricorda con manifestazioni, mostre e concerti il Re che fu loro ospite nell’epoca in cui la città seppe emettere il Liber Paradisus, atto con cui nel 1257 il Comune decise l’affrancamento di tutti i 5.855 schiavi e la parità fra donne e uomini. È auspicabile che gli studiosi diano maggior risalto a questi personaggi minori che hanno segnato, pur restando fuori dal mito, momenti importanti del medioevo italiano.
NOTE BIBLIOGRAFICHE ESSENZIALI (CUI SI RIMANDA PER LE INDICAZIONI SULLE FONTI)
• Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore, Milano 1988 (ed. orig. Berlin 1927-31). • Gina Fasoli, Re Enzo tra storia e leggenda, in AA.VV., Studi in onore di C. Naselli, II, Catania 1968. • Antonio Messeri, Enzo Re, Parma 1981. • F. Bruni, La cultura alla corte di Federico II e la lirica siciliana, in Storia della civiltà letteraria italiana, diretta da G. Barberi • Squarotti, I, 2: Dalle origini al Trecento, Torino 1990. • Eberhart Horst, Federico II di Svevia L’imperatore filosofo e poeta, Milano 1994. • David Abulafia Federico II. Un imperatore medievale, Torino 1995 (ed. orig. London 1988). • Pietro Corrao, Il regno di Sicilia e la dinastia sveva, in AA.VV., Storia medievale, Roma 1998, pp. 354-356.
Per approfondire si consigli la lettura del libro: • “Bologna, re Enzo e il suo mito” di Anna Laura Trombetti Budriesi. • Le Canzoni di re Enzio, tre componimenti poetici (del Carroccio, del Paradiso, dell’Olifante) composti da Giovanni Pascoli nel 1908. • Storia di Re Enzo, Bononia University Press, Matteo Marchesini, Bologna 2007.
Giovanni Senzaterra fu membro del casato dei Plantageneti, che arrivavano dal centro-nord della Francia, originariamente conti d’Angiò, si legarono alla monarchia normanna d’Inghilterra e successivamente ne divennero successori. Giovanni nacque ad Oxford il 24 dicembre del 1167, fu re d’Inghilterra dal 1199 al 1216, è noto soprattutto per aver concesso la Magna Charta.
Figlio ultimogenito del re Enrico II e di Eleonora d’Aquitania, non ricevette dal padre alcuna eredità (da qui il soprannome di “senzaterra”). Nel 1189, si unì al fratello Riccardo I Cuor di Leone nella ribellione contro il padre e, quando Riccardo venne incoronato, ricevette numerosi titoli e proprietà. Riccardo, dopo aver combattuto in Terra Santa nella Terza crociata, mentre faceva ritorno verso l’Inghilterra fu catturato dal duca Leopoldo d’Austria – che lo consegnò all’imperatore Enrico VI – e fu trattenuto prigioniero in Austria. Giovanni, approfittando di questa situazione, tentò di usurpare la corona. Riccardo fu liberato nel 1194 dietro il pagamento di un enorme riscatto, così poté fare ritorno in patria appena in tempo per sventare il tentativo del fratello di usurpare la Corona; successivamente i fratelli si riconciliarono.
Giovanni Senzaterra
Alla morte di Riccardo, nel 1199, Giovanni salì al trono, ma dovette affrontare una rivolta dei baroni, che si allearono con il re Filippo II Augusto di Francia. Giovanni dovette cedere a Filippo quasi tutti i suoi possedimenti francesi. Nel 1207 si oppose alla nomina di Stephen Langton ad arcivescovo di Canterbury, ma il papa Innocenzo III lo scomunicò e cominciò a trattare con Filippo II per invadere l’Inghilterra. Giovanni si piegò e si riconobbe vassallo del papa. Nel 1213 cercò di riconquistare i suoi possedimenti d’oltremanica alleandosi con l’imperatore Ottone IV di Brunswick, in una guerra contro Filippo II Augusto e il giovane Federico II, ma subì una nuova e definitiva sconfitta nella battaglia di Bouvines (1214).
La Magna Charta Libertatum Approfittando della debolezza del re, i baroni si unirono per costringerlo a rispettare i loro diritti e privilegi, e nel 1215 lo obbligarono a firmare la Magna Charta.
Giovanni Senzaterra concede la Magna Charta il 15 giugno del 1215 – antico disegno.
La Magna Charta libertatum sanciva le «antiche libertà» d’Inghilterra, che il sovrano doveva impegnarsi a non violare.
Tra i documenti più importanti del Medioevo c’è senza ombra di dubbio la Magna Charta Libertatum “Grande Carta delle libertà”. Questo documento, concesso in un momento di debolezza politica di Giovanni Senzaterra, tra i tanti articoli sancisce limiti precisi al potere del sovrano, infatti si stabiliva che anche lui doveva sottostare alla legge. La Magna Charta è considerata il primo atto sottoscritto a garanzia delle libertà individuali, ancora oggi viene considerata un elemento fondamentale del moderno stato di diritto. I temi trattati sono innumerevoli e vanno dalla vedovanza alle pene per i vari reati, dalle tasse ai diritti di successione, fino all’impossibilità del re di fare imprigionare gli aristocratici e gli uomini liberi senza un regolare processo. Alcune clausole di questo documento sono ancora oggi in vigore nel sistema legislativo inglese. Nello stesso documento è sancita la libertà inviolabile della Chiesa conservandone tutti i diritti. Un’altra clausola ancora presente oggi è quella che stabilisce il mantenimento di libertà e consuetudini della città di Londra valide anche per altre città importanti all’epoca, oltre all’indipendenza doganale.
Papa Innocenzo III, al quale Giovanni Senzaterra aveva prestato omaggio feudale per riceverne l’investitura su Inghilterra e Irlanda, annullò con una bolla la Magna Charta in nome della difesa della sovranità della Chiesa, coincidente con quella del sovrano.
Giovanni, dopo aver ottenuto dal papa lo scioglimento dal vincolo del giuramento, entrò in guerra contro i baroni. Morì il 18 ottobre del 1216 nel castello di Newark nel Nottinghamshire, mentre la campagna contro i baroni era ancora in corso: gli succedette il figlio Enrico che aveva ancora 9 anni. La Magna Charta fu promulgata nuovamente nel 1216 da Guglielmo il Maresciallo reggente del giovane Enrico III. Enrico la emanò nuovamente nel 1225 in cambio di nuove tasse; suo figlio, Edoardo I, lo fece nuovamente nel 1297, confermandola come parte della legge statutaria dell’Inghilterra. La carta confluì dunque nella vita politica inglese venendo rinnovata da ogni sovrano.
La Magna Charta libertatum.
Va ricordato che Isabella, figlia di Giovanni Senzaterra, andò in sposa a Federico II di Svevia nel 1235, fu madre di Enrico detto Carlotto, morto in tenera età, e morì a Foggia nel 1241.
DALLA MAGNA CHARTA LIBERTATUM CONCESSA DA RE GIOVANNI SENZATERRA NEL 1215: «[…] La Città di Londra godrà di tutte le antiche libertà e libere consuetudini […]. Un uomo libero non potrà essere colpito da ammenda per un piccolo delitto che proporzionalmente a questo delitto; non potrà esserlo per un grande delitto che proporzionalmente alla gravità di questo delitto, ma senza perdere il suo feudo […]. I conti e i baroni non potranno essere colpiti da ammenda che dai loro pari, e proporzionalmente al delitto commesso […]. Tutti i mercanti potranno, se non ne avranno anteriormente ricevuto pubblico diniego, liberamente e in tutta sicurezza uscire dall’Inghilterra e rientrarvi, soggiornarvi e viaggiarvi […]».
NOTE BIBLIOGRAFICHE ESSENZIALI (CUI SI RIMANDA PER LE INDICAZIONI SULLE FONTI) • R. Manselli, L’Europa medioevale, Utet, Torino 1979, vol. II, pp. 917-952. • C. Carozzi, Le monarchie feudali: Francia e Inghilterra, in La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all’Età contemporanea, vol. II, Il Medioevo, Utet, Torino 1986-1988. • G. Duby, La Domenica di Bouvines, trad. it. Einaudi, Torino 1977 • F. Cardini, La politica mediterranea di Federico II, in «Tabulae», 28-29 (2003). • Jim Bradbury, Philip Augustus and King John: Personality and History, 2007. • Mario Caravale, Magna carta libertatum, Il mulino 2020
Immagine di re Guglielmo - II tratto dal mosaico dell'incoronazione fatta da Cristo - Duomo di Monreale.
Guglielmo II, noto come “Guglielmo il Buono,” nacque nel dicembre del 1153 da Guglielmo I “il Malo”, re di Sicilia figlio di re Ruggero II, e da Margherita di Navarra. Questi soprannomi, che potrebbero essere fuorvianti, probabilmente riflettono il rapporto di questi sovrani con la nobiltà siciliana. Tuttavia, nella Divina Commedia Dante collocò Guglielmo II nel Paradiso. Essendo deceduti i fratelli maggiori Ruggero nel 1161 e Roberto nel 1165, alla morte del padre, avvenuta a Palermo il 7 maggio 1166, Guglielmo salì al trono nel maggio 1166, a soli dodici anni sotto la reggenza della madre Margherita. La regina Margherita è stata coadiuvata da un consiglio di reggenza di tre familiares: il vescovo di Siracusa, Riccardo Palmer, il notaio Matteo d’Aiello e il gaito Pietro. Margherita dopo un pò di tempo, non ritenne più opportuno affidarsi ai funzionari che aveva nominato suo marito, ma chiamò dalla Navarra il fratellastro, Rodrigo Garcés, che nominò conte di Montescaglioso, il cugino, Stefano di Perche, che nominò cancelliere e vescovo di Palermo, ed altri parenti cui affidò il governo del regno. Questo comportamento scontentò sia i baroni che i funzionari, italici e saraceni, e portò ad una rivolta capeggiata da Matteo d’Aiello, che in un primo tempo fu imprigionato, ma in seguito riuscì ad avere la meglio e a fare allontanare i navarresi ed i francesi. Margherita era abituata al dissenso, avendo vissuto, con il marito, tali esperienze con la rivolta guidata da Matteo Bonnellis nel 1160, che causò la morte di uno dei suoi figli. Comprensibilmente, lei fu molto protettiva verso Guglielmo, che imparò bene diverse lingue, compreso l’arabo. Furono precettori di Guglielmo prima Gualtiero (per alcuni Gualtiero di Offamil) e poi Pietro di Blois. Margherita allora istituì un nuovo consiglio di reggenza costituito da il vescovo di Siracusa Riccardo Palmer, il notaio Matteo d’Aiello, e Gualtiero, Gentile Tuscus vescovo di Agrigento, Romualdo Guarna, Giovanni vescovo di Malta, Ruggero conte di Geraci, Riccardo di Mandra, Enrico conte di Montescaglioso e il Gaito Riccardo. Le prime cose che il consiglio di reggenza realizzo furono, ancora una volta, all’impronta della conciliazione con la popolazione e con la nobiltà. Vennero concessi condoni anche fiscali, furono infeudate alcune contee vacanti e furono accolti nuovamente nel Regno gli esiliati Tancredi di Lecce e Roberto di Loritello.
Ritratto di re Guglielmo II
Margherita era una donna forte e coraggiosa, chiese spesso consigli all’Arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, con il quale tenne una fitta corrispondenza. Becket le diede solo un appoggio morale, mentre Margherita lo appoggiò nella controversia che lo opponeva al re d’Inghilterra Enrico II. Quando Becket fu ucciso nel 1170 la regina di Sicilia concesse rifugio alla famiglia di Thomas Becket. Guglielmo trascorse gran parte della sua giovinezza al di fuori Palermo, in castelli come quello di San Marco di Alunzio, raggiunse la maggior età nel 1171. Gli intrighi di vescovi e nobili hanno favorirono una lotta di potere a corte, e questo certamente influenzò gli atteggiamenti del sovrano Guglielmo. Grazie al nuovo sovrano il regno ritornò agli antichi splendori, Guglielmo tentò di porre rimedio agli errori del padre ed in buona parte vi riuscì. Nominò Vicecancelliere Matteo d’Ajello, ebbe un grande rispetto di tutti i gruppi etnici presenti in città, riaffidò ai musulmani le vecchie cariche sottratte e diede la giusta importanza ai feudatari ai quali affidò moltissime cariche a corte e nell’esercito. Il governo passò poi nelle mani di Gualtiero, a cui si deve anche la costruzione della Cattedrale di Palermo. Come spesso capita ci furono diversi tentativi per assicurare una consorte al re di Sicilia. Inizialmente si ipotizzo il matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Comneno, ma presto gli accordi per questa unione fallirono. Nel 1173 papa Alessandro III si oppose al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Poi nel 1176 fu inviato in Inghilterra l’arcivescovo di Capua Alfano di Camerota ed il vescovo di Troia, Elia. Questi negoziarono il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Questa missione ebbe successo e la principessa fu condotta nell’isola. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. In occasione di questo matrimonio i nobili inglesi raccontarono dello sfarzo e del lusso della corte normanna. Da questa unione non nacquero figli e ciò spinse Guglielmo, per assicurare un erede al trono di Sicilia, ad acconsentire alle nozze dell’ormai matura zia Costanza (la figlia postuma di Ruggero II) con Enrico di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, il futuro Enrico VI. Ritenuto da molti giusto, indulgente e tollerante, Guglielmo II conquistò l’opinione degli storiografi anche perché seppe proteggere gli intellettuali del tempo, soprattutto i poeti arabi. Con Guglielmo i musulmani mantennero una larga rappresentanza di governo e di religione e a Palermo c’erano anche alcune moschee. Il viaggiatore arabo Ibn Giubair lo ha descritto, forse per il suo atteggiamento benevolo verso i mussulmani, come un monarca “quasi-musulmano”. Segni visibili del regno di Guglielmo sono ancora oggi il magnifico Duomo di Monreale e l’abbazia benedettina di Monreale, cui seguì la costruzione della Cuba e della Zisa a Palermo.
Mosaico che ritrae Guglielmo che dona il duomo di Monreale alla Vergine Maria – Dedicazione del Duomo di Monreale.
Il Duomo di Monreale, dedicato alla Vergine Maria, fu realizzato per mostrare al mondo che Guglielmo era ormai un re maturo disposto ad esercitare tutto il potere che gli veniva dalla corona. Ciò è testimoniato da un mosaico che raffigura la sua incoronazione fatta direttamente da Cristo a imitazione del mosaico della Chiesa della Martorana che mostra Ruggero II incoronato da Cristo. La costruzione di questa grande chiesa, e la creazione di una diocesi a poche miglia da Palermo, fu una delle sue azioni più importanti.
Mosaico che raffigura Guglielmo incoronato direttamente dal Cristo – Duomo di Monreale
La sua politica interna e politica estera fu ambiziosa, ma Guglielmo raramente si avventurò lontano dalla Sicilia. Diresse abili trattative con il Sacro Romano Impero, con i comuni dell’Italia settentrionale, e con i regni dei Balcani e del Mediterraneo orientale, dove le forze siciliane riuscirono a conquistare dei territori. Dopo un lungo periodo di conflitti, fece un trattato di pace con l’imperatore d’Oriente Isacco Angelo Comneno. Con Guglielmo II detto il Buono l’isola visse un periodo di pace. Guglielmo morì a Palermo, quando aveva 36 anni, il 18 novembre 1189 senza eredi, venne sepolto ai piedi dell’altare maggiore del Duomo di Monreale, così che chi officiava la Messa doveva inginocchiarsi sulla tomba di Guglielmo. Il cardinale Torres nel 1500 diseppellì il corpo del re e gli fece costruire un sepolcro rinascimentale, accanto a quello del padre Guglielmo I.
Duomo di Monreale – Il sarcofago rinascimentale che conserva le spoglie mortali di Guglielmo II d’Altavilla.
Si può affermare che l’epoca normanna della Sicilia sia finita con lui. Nel giro di pochi anni l’epoca della dinastia degli Hohenstaufen di Svevia arrivò in Sicilia e Federico II ne fu il suo massimo esponente.
Bibliografia:
David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Enaudi, Torino, 1993.
Errico Cuozzo, Normanni e Svevi nel Mezzogiorno d’Italia.
Fulvio Delle Donne, «Gualtiero». In : Dizionario Biografico degli Italiani Vol. LX, Roma: Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2003, pp. 224–227 (on line).
J. M. Martin, Errico Cuozzo, Federico II Le tre capitali del regno Palermo – Foggia – Napoli, Procaccini Editore, Napoli, 1995.
Hubert Houben, Normanni tra Nord e Sud. Immigrazione e acculturazione nel Medioevo, Di Renzo Editore, Roma 2003
Fulvio Delle Donne – L’elaborazione dell’immagine di Costanza d’Altavilla nel Due e Trecento. Incroci di tradizioni tra cronache meridionali e centro-settentrionali, tra Dante e Boccaccio. Reti Medievali Rivista, 21, 1 (2020).
Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia e regina di Gerusalemme di Fara Misuraca
Di Adelasia del Vasto, figlia di Manfredi Aleramo, marchese del Monferrato, contessa di Sicilia, la leggendaria contessa Adelasia dei palermitani, e regina di Gerusalemme non ci è rimasta nessuna immagine. Ma anche se di honestae faciei, come riporta Goffredo Malaterra, si dice che fosse donna volitiva e di grande fascino. Fu la terza moglie di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e Calabria e madre di Ruggero II, che fu nonno e precursore di Federico II. Ebbe un’infanzia difficile. Infatti, in seguito alla morte di Manfredi, avvenuta nel 1079 durante una battaglia, e del successore, il fratello Anselmo, morto precocemente e senza figli, il marchesato finì nelle mani dell’avido e senza scrupoli Bonifazio che, incestuosamente, sposò la vedova del fratello Anselmo, riunendo nelle sue mani tutti i possedimenti degli Alerami. Nel marchesato non c’era più spazio per gli orfani di Manfredi, gli unici che potessero insidiare il potere di Bonifazio. Adelasia e i suoi fratelli furono costretti a lasciare le terre natie per raggiungere luoghi più ospitali. In quegli anni molti settentrionali erano attratti dalla Sicilia, terra ricca ed ospitale, e anche la famiglia del Vasto pensò di approfittare dell’occasione per tentare di ricostruire le glorie e le fortune del defunto marchese, usurpate dal fratello Bonifazio. I Normanni in quel periodo favorivano una politica d’immigrazione della loro gente, francese o dell’Italia settentrionale, allo scopo di rafforzare il ceppo latino che in Sicilia e Calabria era fortemente minoritario rispetto a greci, ebrei e saraceni. Nel caso di Adelasia l’occasione di stabilirsi al sud si realizzò con la richiesta di matrimonio da parte del gran conte Ruggero, rimasto vedovo per la seconda volta. Le nozze furono celebrate nella rocca di Mileto nel 1089. Ruggero aveva allora circa 60 anni e il matrimonio con la giovanissima Adelasia fu certamente un instrumentum regni, un calcolo politico teso a legare le sorti della gente lombarda a quelle del principe. Ruggero aveva, infatti, già 10 figli tra cui tre maschi, Goffredo, Maugero ed uno illegittimo, ma amatissimo, Giordano. Adelasia, nonostante non fosse bellissima, era sicuramente una donna intelligente, ricca di fascino, energica e ambiziosa, ed esercitò su Ruggero una forte ascendenza.
Ruggero I d’Altavilla
Ebbe con lui due figli. Il primogenito Simone, nato nel 1092 debole e malaticcio che morì giovanissimo nel 1105, e Ruggero, forte, bruno e vigoroso, destinato a diventare il futuro re del regno di Sicilia, nato a Mileto il 22 dicembre 1095. L’abile ed accorta Adelasia sfruttò abilmente il suo ascendente e seppe circondarsi di una fidata parentela, convincendo Ruggero a fidanzare i suoi due figli Goffredo e Giordano con due delle sue sorelle, mentre una figlia del Gran Conte, Flandina, andò sposa ad un fratello di Adelasia, Enrico, il quale trasferitosi in Sicilia ebbe in dote il ducato di Butera e di Paternò che lo rese il più potente barone della contea. L’abilità di Adelasia era stata veramente grande: infatti, mai prima d’allora Ruggero aveva elargito ad altri feudatari concessioni così vaste! Il destino fu generoso con Adelasia, ben presto i figli maschi delle precedenti mogli morirono, così che dopo la morte di Ruggero, nel 1101, ella rimase reggente di Simone prima, e del futuro Ruggero II poi. Adelasia si ritrovò a capo dello stato più ricco e potente del meridione. La sua era una responsabilità immensa e molti pensarono che non potesse essere sopportata da una donna. Ma ella seppe difendere con coraggio e fermezza il trono dei suoi figli circondandosi, per prima cosa, di funzionari fedeli al marito tra i quali l’ammiraglio Cristodulo, nominato “protonobilissimo”, un calabrese di origini bizantine o, secondo altre fonti, arabe, mentre, quando fu necessario, seppe essere spietata, riuscendo a sedare con feroci rappresaglie le rivolte dei baroni ribelli. Attenta all’amministrazione della giustizia, intervenne con autorità per dirimere numerose controversie sorte tra gli abati di diverse abbazie. Protesse la chiesa greca e manifestò tutto il suo appoggio a Luca di Melicuccà e a Bartolomeo da Simeri, l’abate del Patirion di Rossano, concedendo vaste donazioni. Non legata sentimentalmente come il marito alla Calabria, Adelasia trasferì la sua corte prima a Messina che era servita da base ai Normanni per estendere il proprio dominio alla Sicilia, e poi a Palermo, città ricca e fiorente che a quel tempo contava circa 250.000 abitanti. Adelasia aveva appreso dal marito non solo le arti del governare e della diplomazia, ma anche quella della mediazione, dote a lei congeniale che le consentì sempre di risolvere i conflitti che facilmente esplodevano in una realtà composita come quella siciliana, rispettando costumi e culture diverse integrate in un contesto nazionale multietnico, seguendo in questo la politica messa in atto da Ruggero. Latini, franchi, greci, arabi non dovevano sentirsi stranieri o percepire prevaricazioni dall’una o dall’altra etnia, bensì, secondo il progetto di Ruggero, che Adelasia seppe ben realizzare, dovevano sentirsi popoli di una stessa patria. Assolse a questo compito con grinta, coraggio e grande abilità fino al 1112, quando passò la mano al figlio Ruggero che in quell’anno compiva il suo diciassettesimo anno d’età. Adelasia aveva concluso la sua opera, ma il suo carattere non era tale da consentirle di ritirarsi a vita privata e pur evitando accortamente di interferire con la politica e le decisioni del figlio, non si fermò e cominciò a cercare altre opportunità per riavere potere e signoria, e soprattutto per aiutare il figlio a diventare re. Ancora una volta la sorte aiutò Adelasia e, a seguito di alterne vicende, si rese disponibile ad un nuovo matrimonio e nello stesso 1112, un’ambasceria di Baldovino I di Fiandra, re di Gerusalemme, giunse a Messina per richiedere in moglie la quarantenne, ma ancora affascinante, Adelasia. Fu certamente un matrimonio dettato da calcoli politici ed economici, che il torbido e avido Baldovino, che aveva da poco ripudiato la licenziosa moglie Adra dalla quale non aveva avuto figli, voleva concludere per contare su un’alleanza con i Normanni e soprattutto per mettere mano sulle notevoli ricchezze di Adelasia. Quest’ultima, però, fece introdurre nel contratto matrimoniale una clausola successoria con la quale, alla morte di Baldovino e in assenza di altri successori, erede del regno di Gerusalemme veniva designato Ruggero II. Nell’estate del 1113 Adelasia lasciò Palermo, capitale di quella terra che aveva governato fermamente e saggiamente per circa 10 anni. Una moltitudine di sudditi si accalcò al porto per rendere omaggio e salutare la contessa in partenza per Gerusalemme. La squadra navale che la accompagnava era imponente, composta da 11 navi da guerra e mercantili cariche di soldati, tra i quali 500 arcieri saraceni, il cui valore era famoso in tutto l’occidente, viveri e mercanzie, oltre al tesoro personale della contessa. Nel nuovo regno, Adelasia fu accolta con tutti gli onori e le nozze furono celebrate in una cornice di fasto orientale. Con questo matrimonio Baldovino risolveva i suoi problemi economici e militari, mentre Adelasia realizzava il proprio sogno di potenza e garantiva al figlio la tanto sospirata corona. Ma la buona sorte questa volta voltò le spalle alla regina. Ben presto le lagnanze del clero locale e dei potenti del regno che ritenevano nulle le nozze arrivarono alle orecchie del Papa Pasquale II. A queste si aggiunsero sicuramente le rimostranze dell’imperatore bizantino specie quando divenne di pubblico dominio il patto di nozze che riservava al conte di Sicilia la successione al trono di Gerusalemme. L’avido e privo di scrupoli Baldovino, che si era già impadronito del tesoro di Adelasia per pagare i suoi debiti, si lasciò facilmente convincere ad annullare le nozze quattro anni dopo, il 25 aprile 1117. Adelasia, addolorata per il raggiro, ma impotente, si imbarcò alla volta di Palermo. Ruggero rimase sconvolto e rabbioso per il trattamento subito dalla madre, ma doveva ancora pensare a consolidare la posizione delle contee di Sicilia e Calabria, prima di potersi permettere di intraprendere imprese di vendetta contro Baldovino. Forse fu questa una delle ragioni che determinò la sua avversione per le crociate. Per alleviare le sofferenze della madre, Ruggero organizzò grandi festeggiamenti per il suo ritorno ma Adelasia, sensibile ed orgogliosa, preferì non restare a corte e si ritirò dapprima nel monastero di San Bartolomeo a Palermo e poi in un monastero lontano dalla capitale, a Patti, dove morì il 16 aprile 1118. Il suo corpo fu deposto in un sarcofago nella Cattedrale di Patti.
Il sarcofago di Adelaide del Vasto – cattedrale di Patti. La tomba, originariamente fatta costruire nel 1122 è stata sostituita con un sarcofago rinascimentale nel 1557.
La città di Fiorentino (nel medioevo Florentinum) conosciuta anche come Castelfiorentino o Castel Fiorentino, nota ai più per essere stato il luogo ove il 13 dicembre 1250 si è spento l’Imperatore Federico II, in questi ultimi anni è stata al centro dell’attenzione di archeologi e storici.
La cosiddetta Torre di Fiorentino, foto di Alberto Gentile.
Gli scavi archeologici (1982-1992), condotti dall’Università di Bari e dall’Ecole française di Roma, diretti dai francesi Françoise Piponnier e Patrice Beck e coordinati dalla professoressa Maria Stella Calò Mariani, hanno evidenziato elementi che fanno pensare a Fiorentino come una sede importante, una vera e propria cittadella con una cattedrale, una zona urbana e, nella parte ovest, il “Palatium” dell’Imperatore.
Collocazione di Fiorentino all’interno della Capitanata.
Veduta satellitare di Fiorentino – Google Maps
Ubicazione I resti dell’antico abitato di Fiorentino si trovano in agro di Torremaggiore (FG), a 9 km a sud di questa Città, sull’estremo versante ovest di una collina detta dello Sterparone: uno sperone interfluviale delimitato a nord dal Canale della Bùfola (o Bufala o Bùffala) e a sud da un piccolo corso d’acqua detto il Canaletto. (Raggiungibile da San Severo percorrendo la strada che porta a Castelnuovo della Daunia).
“Città di Frontiera” Fiorentino vanta un’origine in comune con altre “città di frontiera” volute dai Bizantini: infatti, agli albori dell’XI secolo gli imperatori bizantini tentarono di consolidare i loro possedimenti in Italia meridionale continuamente minacciati dai Longobardi a nord e dagli arabi a sud. Per attuare tale piano, i Catapani inviati da Bisanzio si lanciano alla conquista della Daunia, al fine di spostare i malsicuri confini del Thema di Longobardia (suddivisione amministrativa dell’epoca), segnati dal fiume Ofanto, verso quelli meglio difendibili delimitati dal corso del Fortore. Nascono così, tra il 1018 ed il 1040, grazie alla febbrile attività edificatoria dei Catapani Basilio Bojohannes e dell’omonimo suo figlio, numerose città-piazzeforti con il compito di munire la nuova frontiera di efficaci baluardi contro incursioni e razzie, ripopolando il Tavoliere, allora semideserto. Questi centri neoformati, quali Fiorentino, Troia, Dragonara, Civitate, Montecorvino, Tertiveri e Devia, furono da sùbito elevati a sedi vescovili, ad eccezione di Devia. Le città fondate dai due Catapani con lo scopo di difendere la nuova frontiera dalle sortite longobarde, in realtà avrebbero poi dovuto servire a fronteggiare razziatori d’altra provenienza: i Normanni, assoldati dai Longobardi. Nel tardo Medioevo questi siti sono stati abbandonati (tranne Troia), andando a costituire così un interessante patrimonio archeologico.
Cronologia Fiorentino fu baluardo dei Bizantini nell’XI secolo, contea Normanna nell’XII, nel XIII secolo, con gli Svevi, entrò a far parte del demanio, mentre gli Angioini la diedero in feudo.
L’abitato I ruderi di Fiorentino erano leggibili e misurabili ancora nel secolo scorso, quando il Fraccacreta li studiò. Le case dovevano affollarsi le une accanto alle altre, fino a schiacciarsi contro le mura di cinta, ma avevano dimensioni maggiori di quelle finora supposte, come hanno acclarato gli scavi archeologici recentemente eseguiti. Costruzioni artisticamente di rilievo e di dimensioni imponenti erano la cattedrale ed il palazzo di Federico II. La strada principale era detta “magna platea” ad essa doveva corrispondere almeno un’altra strada di minore larghezza, forse parallela, come la “platea vicinalis”. Le rimanenti vie erano strettissime e dovevano formare un dedalo e si riversavano nella strada principale. In epoca normanna la città conobbe un’apprezzabile espansione urbanistica con la nascita di un sobborgo, il “Carunculum”, situato ad est dell’abitato, che in definitiva era l’unico versante in cui si poteva edificare. In questo periodo tutti gli spazi liberi (i casalina) vengono invasi dalle abitazioni che non risparmiano nemmeno il vallo che circondava il castello. Solo la luce che proveniva dalle strade illuminava i vari ambienti delle case, non essendovi cortili né giardini interni.
Resti della Domus di Fiorentino – foto di Alberto Gentile.
I Normanni eressero, sull’estremità più alta della collina, un piccolo castello, che successivamente Federico II fece trasformare nel suo “Palatium”. Esso divenne uno dei “loca Sollaciorum” (luoghi di svago), dove trascorrere il tempo dedicato alla caccia e al riposo. La domus (collocata nel lato ovest della collina) con l’ingresso principale che volge a sud, presenta una forma di rettangolo imperfetto della lunghezza di 29 metri e della larghezza di 17 metri, diviso in due grandi ambienti, con muri rivestiti da belle pietre squadrate ed un pavimento in “opus spicatum” (spina di pesce) di terracotta, con due camini. Inoltre, sono stati trovati all’interno frammenti vitrei policromi, frammenti di capitelli e colonnine forse appartenute a finestre, monete di epoca federiciana. Probabilmente il palazzo aveva uno o due piani superiori, ciò è ipotizzabile dal grosso spessore delle pareti. Il palazzo era delimitato da un largo fossato.
Nelle abitazioni di Fiorentino sono state trovate, oltre a ceramiche, vetri e colonne, molte fosse granarie o cisterne.
Rovine della Cattedrale di Fiorentino (Disegno di Victor Baltard del 1844).
A sud della strada principale nella zona urbana si trova la Cattedrale, una chiesa ad una sola navata e monoabsidale, intitolata al santo patrono del popolo longobardo, l’Arcangelo Michele; infatti, la popolazione di Fiorentino e delle altre città piazzeforti era composta prevalentemente da famiglie di origine longobarda, le uniche reclutabili in zona dai Bizantini per popolarle. In Fiorentino vi erano ben dodici chiese. Nella parte orientale del sito, nella zona al confine tra la città ed il sobborgo “Carunculum”, è collocata la Torre ancora parzialmente conservata in altezza, che poggia su uno zoccolo tronco piramidale.
Torre – foto di Alberto Gentile.
Le mura della torre sono ora composte da mattoncini disposti in filari regolari (in origine, il basamento murario era costituito da una cortina lapidea a conci squadrati), l’interno mostra una copertura a crociera costolonata. Il degrado di Fiorentino iniziò già nel XIII secolo: nel 1255 le truppe del Papa Alessandro IV attaccarono Fiorentino, rimasta fedele agli Svevi, distruggendola; poi gli Angioini, dopo averla parzialmente ricostruita, la usarono solo per scopi militari. Nel 1300, iniziò la spoliazione del sito fino alla totale rovina. Tra gli elementi asportati vi è la gran lastra di marmo, usata come piano dell’altare maggiore nella Cattedrale di Lucera, che si dice fosse la mensa di Federico.
Particolare ravvicinato della Torre – foto di Alberto Gentile.
Sito archeologico di Fiorentino – cartello con informazioni
Sito archeologico di Fiorentino – cartello con informazioni relativo agli scavi – descrizione dei reperti archeologici trovati.
Castel Fiorentino: sulla destra si vedono bene la torre e la stele ottagonale. Sulla sinistra i resti della domus.
Cippo marmoreo posto sulla collina di Fiorentino (foto di Michele Solimando). «Cecidit sol mundi qui lucebat in gentibus» (è caduto il sole del mondo, che riluceva in mezzo alle genti). Con questa frase Manfredi comunica al fratellastro Corrado la scomparsa del padre Federico II.
Bibliografia:
Fraccacreta M., Teatro topografico-storico-poetico della Capitanata, Forni Editore, Napoli 1828. Autori Vari, Fiorentino, Campagne di scavo 1984 – 1985. Galatina (Lecce) 1987.
Roberto Matteo Pasquandrea, Fiorentino: una città bizantina di frontiera (XI-XIV sec.) in Profili della Daunia antica, a cura del Centro FG/31 (CRSEC Foggia), Foggia, 1986.
G. de Troia, Foggia e la Capitanata nel Quaternus Excadenciarium di Federico II di Svevia, Foggia, 1994.
Martin J. M., Cuozzo Errico, Federico II Le tre capitali del regno Palermo – Foggia – Napoli, Napoli, 1995.
Martin J. M., L’apporto della documentazione scritta medievale, in: Fiorentino, Cogendo Editore, Galatina 1984.
Autori Vari, Fiorentino, Campagne di scavo 1984 – 1985. Galatina (Lecce) 1987.
P. Beck, M. S. Calò Mariani, C. Laganara Fabiano, J. M. Martin, F. Piponnier, Cinq ans de recherches archélogiques à Fiorentino, in Mélanges de l’Ecole Française. Moyen Age, 1989.
CASTELFIORENTINO Francesco Paolo Maolucci Vivolo – Bastoni 2008