Categorie
Personaggi

Roberto il Guiscardo

Roberto il Guiscardo nacque molto verosimilmente nel 1015 ad Hauteville-la-Guichard, non è possibile parale di Roberto d’Altavilla senza un preambolo che spieghi l’arrivo dei normanni nel Sud dell’Italia.
 
I primi Normanni comparvero per la prima volta in Italia nel 1015, come soldati al servizio di Melo da Bari, duca di Puglia. Sembra che Melo li avesse incontrati presso il santuario dell’Arcangelo Michele sul Gargano. Melo era un nobile longobardo che veniva da Bari, costretto all’esilio avendo capeggiato un’insurrezione poi fallita contro i Bizantini che dominavano l’Italia meridionale (vedi nota). Il nobile longobardo li incoraggiò per combattere le truppe dell’impero bizantino promettendo ricchi compensi.
Nel 1016, un gruppo di pellegrini in viaggio per la Terrasanta, fece tappa a Salerno ed il principe Guaimario chiese loro aiuto contro i Saraceni che affliggevano la città. Erano solo in 40 e il principe di Salerno Guaimario III li avrebbe salutati vittoriosi: “Miles quadraginta … salve!”. Questi fatti sono stati ampiamente descritti anche dal monaco Amato di Montecassino.
Trovandosi il sud dell’Italia al centro di interessi di tre grandi aree geopolitiche, quella latino-occidentale, quella bizantina e quella arabo-islamica diventava per i guerrieri normanni una zona di grande interesse strategico militare. Inoltre va ricordato che alla fine del primo millennio la Sicilia era passata in gran parte sotto il dominio dei mussulmani.
Ai normanni, in cerca di avventure e ricchezze, quest’area intorno al mediterraneo offriva molte possibilità di crescita. Il meridione d’Italia era una terra ricca e fertile, con un clima mite, prospere città e monasteri. Inoltre era una zona in cui mancava un forte potere politico centrale.
Dalla Normandia giunsero nel sud Italia gli eredi della piccola e media nobiltà che in Francia non trovavano buone prospettive per il loro futuro.
Inizialmente i normanni furono dei veri e propri mercenari al servizio di vari potentati del sud.
Ma nel 1030 ci fu un consistente arrivo di Normanni in Campania capeggiati da Rainulfo Drengot e si stabilirono ad Aversa. Furono chiamati dal Duca di Napoli Sergio IV, nell’intento di contenere le mire del longobardo Pandolfo IV di Capua.
Rainulfo di Drengot, in cambio dell’aiuto dato, ebbe in premio Aversa, e sposò poi la sorella del duca Sergio. Nel 1038 la sua investitura fu riconosciuta ufficialmente dall’imperatore Corrado II, grazie anche all’intercessione del principe di Salerno Guaimario IV. Da qui comincia una dinastia di normanni “campani”: la contea di Aversa, più le conquiste successive, furono divise in sette feudi tra quelli che furono i successori di Rainulfo. In questo modo Rainulfo si trasformò da mercenario in signore, era ormai un conte titolare di un territorio con annesse giurisdizioni.
I sei fratelli Drengot venivano dal villaggio francese di Quarrel; il maggiore, Giselberto, era ricercato, per ordine di Rolf, conte di Normandia, per omicidio.

Effige di Rainulfo sulle mura normanne di Aversa.

Verso il 1030 erano scesi in Italia dalla penisola del Cotentin anche i cinque figli di Tancredi di Hauteville: Guglielmo Braccio di Ferro, Drogone e Umfredo (avuti dalla prima moglie, la normanna Muriella), e Roberto e Ruggero figli della seconda moglie, la nobildonna Fresinda.
Guglielmo divenne signore di alcune zone del Cilento (a quei tempi i confini tra Calabria, Basilicata e Campania non erano quelli odierni, e forse neppure ben definiti, per cui alcuni testi riportano, in luogo del Cilento, la Calabria o Basilicata occidentale). Drogone era a capo dei Normanni di Puglia ed aveva sposato una figlia del principe di Salerno Guaimario IV (per qualcuno V), morì il 10 agosto del 1051 a seguito di un attentato. Meno di un anno dopo, a seguito di una congiura, muore anche il suocero Guaimario e con lui finiva lo splendido periodo del principato di Salerno. Umfredo, che aveva preso il posto di Drogone, accorse a Salerno per scacciare, con l’intervento di Guido di Conza, l’usurpatore al trono di Salerno, Pandolfo, e per permettere al figlio di Guaimario, Gisulfo II, di succedere al padre.
Roberto si era attestato in Sila con un gruppo uomini a lui fedeli. Era lì che Drogone lo aveva mandato, forse anche per non averlo troppo vicino. Roberto sapeva che per poter aspirare a qualche possedimento doveva dar prova di forza, valore e decisione, in pratica doveva dimostrarsi degno della ormai leggendaria ferocia normanna. E Roberto se ne dimostrò subito all’altezza. In Calabria, assieme probabilmente a gruppi di autoctoni, compiva scorrerie, ruberie, stragi. Con uno stratagemma riuscì a sequestrare un nobile di Cosenza e a farsi corrispondere un notevole riscatto. Pare che proprio questo episodio gli abbia fatto guadagnare il soprannome di Guiscardo, cioè l’astuto. Gerardo di Buonalbergo, nobile di origine francese, fornì a Roberto 200 soldati per conquistare la Calabria e, per meglio stringere i rapporti con l’ambizioso giovane normanno, gli diede in moglie una sua zia: Alberada di Buonalbergo da cui nacque Marco Boemondo, il primo figlio maschio del Guiscardo.
Tra i Normanni vi erano discordie e attriti, ma sapevano riconciliarsi facevano fronte comune contro minacce esterne. E così fecero quando Papa Leone IX, originario dell’Alsazia, con l’aiuto del catapano Argiro e dell’imperatore Enrico III, organizzò, nel giugno 1053, una reazione all’invadenza normanna.
A Roberto toccò il compito di affrontare i mercenari svevi inviati dall’Imperatore. I cavalieri tedeschi erano convinti avrebbero avuto la meglio sui Normanni e i loro alleati (uomini del posto, soldati latini, slavi, lucani e saraceni) invece Roberto ebbe la meglio sui i tedeschi.

papa Leone IX


La battaglia di Civitate si concluse con la prigionia del papa Leone IX, che fu però rilasciato con la promessa che avrebbe legittimato le loro conquiste. Per questa operazione in Puglia i Normanni avevano chiesto aiuti a Gisulfo II, ma questi, che aveva tenuto sempre in odio i Normanni, ritenendoli causa dell’indebolimento del potere longobardo e, preoccupato, ne vedeva avanzare il potere, si era rifiutato e si era tenuto sempre fedele al Papa.

Roberto il Guiscardo ed il fratello Ruggero I il gran conte.

Dopo Civitate Roberto si diede alla conquista della Calabria e, nel 1057, alla morte di Umfredo, si pose anche alla guida di quel feudo ereditato dal giovane e ancora troppo debole Abagelardo.
Intanto Ruggero, che prima era al seguito di Roberto, veniva alla ribalta ormai più forte e indipendente e così il fratello maggiore lo allontanò. Non mancarono le invidie tra i due fratelli che spesso si fecero vere e proprie guerre, ma guai se terzi prendevano iniziative contro uno di loro.
Conquistata la Calabria i due fratelli Altavilla fanno una puntata in Sicilia, dove Roberto lascia il fratello minore per correre in Puglia a fronteggiare un’invasione bizantina.
Dopo le conquiste dei Normanni, il principato di Salerno aveva perso molti domini e potere. Il Guiscardo mirava ormai ad Amalfi e Salerno. Sichelgaita, figlia di Guaimario IV, intuì che l’unica speranza di salvezza era in un’alleanza con i normanni, da concretizzarsi mediante le sue nozze con Roberto, ma il fratello Gisulfo si opponeva ad ogni apertura verso coloro che vedeva come predoni ed invasori.
Il Guiscardo intuì che il matrimonio con Alberada di Buonalbergo non era valido perché celebrato ignorando il divieto canonico di nozze tra consanguinei, per tanto ne chiese l’annullamento. Così ebbe via libera per sposare Sichelgaita. Gisulfo dovette cedere e divenne alleato dei normanni.
E fu così che a Melfi nel 1058 si celebrarono le nozze tra il rude, possente, prode e affascinante guerriero e la raffinata principessa longobarda molto più giovane di lui.
La storiografa e principessa bizantina Anna Comnena descrive Roberto: ”maestoso di volto, di statura alta, largo di spalle, perfetto di forme, di chioma e barba fulve, d’occhi vivaci e penetranti: pronto e scaltro d’ingegno, ambizioso oltre misura, maturo nei consigli, provvido nelle imprese, ardimentoso ed esperto nelle cose di guerra, rigoroso e prudente nel governo civile”. Oltre al fatto che avesse un tono di voce simile al tuono dice anche che firmasse con un segno di croce. 
Va detto anche che Roberto parlava anche il greco e forse il segno di croce era solo un simbolo che usava per sigillare i patti.  Pare tenesse molto in conto i consigli della colta moglie longobarda. Era lei che curava i rapporti con la Chiesa ed era in relazione di grande amicizia con il vescovo di Salerno, Alfano, suo parente, e con gli abati di Cava, di Montecassino e con Ildebrando di Soana, poi Gregorio VII, antichi compagni di cenobio di Alfano.
Nel 1059 papa Nicolò II durante il sinodo di Melfi riconobbe come suoi fedeli vassalli Riccardo Drengot di Capua e Aversa come principe di Capua e Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria, ed in futuro, con l’aiuto di Dio e di San Pietro, della Sicilia. Così il Guiscardo divenè il difensore della cristianità con un rapporto di vassallaggio fra il Papa e i normanni. Egli accettò anche di versare un tributo annuo alla Santa Sede, in modo da mantenere titoli e terre e garantirsi la piena legittimità sulle future conquiste.
La capitale del ducato era Melfi, mentre Ruggero, conte di Calabria, aveva posto la capitale del suo feudo a Mileto.
Nella questione tra papato e l’imperatore Enrico IV, Roberto si schierò con il Papa pur essendo in precedenza venuto in contrasto con la Santa Sede per avere egli occupato i territori di Benevento. Nel frattempo aveva affidato a Ruggero il compito di portare a termine le conquiste in Sicilia.
Intanto, il fratellastro Guglielmo con le sue invasioni si era spinto in territori alle porte di Salerno. Questo preoccupava Gisulfo, ma anche il Guiscardo che aveva dato alla moglie il compito di mediare. Ma Guglielmo non intendeva ragione e non aveva voluto dare ascolto al Papa che il 1° agosto 1067 aveva indetto un concilio proprio a Melfi nella speranza di risolvere la questione normanna. Guglielmo fu scomunicato. Ma gli fu concesso partecipare alle Assise che papa Alessandro II poco dopo tenne a Salerno e a cui era accorso anche il Guiscardo. Nel frattempo Guglielmo modificò il suo atteggiamento e ottenne il perdono.
Roberto era consapevole del fatto che se non avesse definitivamente liberato il sud d’Italia dai Bizantini non avrebbe potuto concludere la conquista del mezzogiorno e della Sicilia. Per questo da più di tre anni aveva messo sotto assedio per mare e per terra Bari, la città rimasta fedele a Bisanzio. La città pugliese difesa da Avartutele resisteva ed era allo stremo. I normanni avevano sempre vinto, i Baresi chiesero rinforzi ma l’imperatore Romano IV Diogene non aveva risorse sufficienti per sostenerli. Aveva mandato una flotta di 20 navi agli ordini di Gozzelino, un ribelle normanno che si era rifugiato a Costantinopoli, ma furono intercettate nel febbraio 1071. Si era giunti all’epilogo, il catapano Stefano Paterano si rese conto che Bari non poteva più resistere, inviò a trattare con i normanni Argirizzo Joannacci, che ottenne condizioni buone, quindi il 15 aprile 1071 la città fu consegnata ai normanni. I Greci furono definitivamente cacciati dal sud Italia e il Guiscardo poté così rivolgere la propria attenzione ai grandi principati indipendenti di origine longobarda che ancora governavano vaste aree del meridione.

Papa Niccolò II, durante il primo Sinodo di Melfi, nomina Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia e Calabria – da “La Nuova Cronica” di Giovanni Villani.

Nel 1072 Roberto accorse in aiuto a Ruggero e insieme riuscirono ad espugnare Palermo. Probabilmente lo raggiunse anche Sichelgaita e il 10 gennaio 1072 Roberto, Sichelgaita, Ruggero, seguiti dagli altri normanni e longobardi impegnati in quella spedizione, entrarono trionfalmente nella basilica di Santa Maria che i musulmani secoli prima avevano trasformato in moschea.
Roberto era ora effettivamente anche Duca di Sicilia, non ancora tutta conquistata. In seguito il fratello, a sorpresa, si fece nominare dal Papa Gran Conte di Sicilia, diretto feudatario del Papa.
Roberto aveva ormai circa 57 anni e si presentava il problema della successione al Ducato: il primogenito era Boemondo, valoroso ed instancabile guerriero, simile al padre e figlio di una normanna; la seconda moglie di Roberto voleva a tutti i costi la designazione al trono del suo primogenito Ruggero detto Borsa, anche perché ciò avrebbe accontentato quei nobili ancora legati ai longobardi. Ma Sichelgaita non riuscì nel suo intento per volere di Roberto.
Nel 1074 il Guiscardo stipulò un’alleanza col Basileus di Bisanzio, rafforzandolo con un patto matrimoniale tra la sua giovanissima figlia Olimpia, ed il successore, ancora bambino, al trono di Bisanzio. Ed è in quel periodo che l’erede al trono del ducato di Puglia, Calabria e Sicilia risulta essere stato designato Ruggero Borsa: il padre aveva dovuto conferire la dignità di “curopalata” ad uno dei suoi figli e questi risultava essere Ruggero; e nell’Exultet della Cattedrale di Bari, dopo i nomi di Michele VII, del suo erede, il figlio Costantino, e della sua fidanzata Olimpia, erano subito nominati Roberto, Sichelgaita e Ruggero Borsa. Ma nel 1078 la destituzione di Michele sconvolse l’alleanza e Roberto attese il momento propizio per una vendetta.
Nel 1074 il Papa scomunicava Roberto per aver invaso i possedimenti della Chiesa in quel di Benevento e riconfermò la scomunica nel 1075. 
Ma Roberto non era ancora contento delle sue conquiste, o forse si sarebbe accontentato di avere il principe di Salerno come alleato se Gisulfo non si fosse impegnato alla ricerca di alleanze e accordi contro il cognato. Fu così che i timori del principe divennero realtà: nei primi di maggio del 1076 il normanno iniziò l’assedio a Salerno che fu lungo e penoso. Nonostante la popolazione fosse allo stremo, il principe non voleva cedere all’evidenza. Nel 1077 consegnò la città agli invasori rifugiandosi prima a Nocera e poi a Roma dove il Papa accolse paternamente lui e la sua famiglia affidandogli incarichi di ambasciatore della Santa Sede. Infatti Gisulfo tornerà a Salerno in tale veste a seguito di Gregorio VII.  
Poco tempo prima della conquista di Salerno, Amalfi, temendo le continue mire di Gisulfo, si era assoggettata al normanno Roberto.
A Salerno nel 1070 i Duchi fecero erigere una nuova cattedrale ed una nuova reggia, più a oriente rispetto all’antico insediamento longobardo. Diedero nuovo vigore alle attività della città ed in particolare alla Scuola Medica, accogliendo il medico Costantino l’Africano, che in seguito Roberto elevò a proprio segretario. Il Guiscardo fece costruire anche altri monumenti nel suo ducato: la cattedrale di Aversa, di Melfi, di Foggia e la chiesa della SS. Trinità a Venosa.
Verso il 1078 Giordano e Gaitelgrima riuscirono a far insorgere alcuni feudatari di Puglia impegnando così il Guiscardo, Boemondo e Sichelgaita alla quale il marito, dovendosi spostare a Castellaneta, affidò il controllo militare di Trani.
Nel 1080, con la pace di Ceprano, al Normanno furono riconosciuti dal Papa Gregorio VII i suoi possedimenti nell’Italia meridionale, tranne quelli di Amalfi, Salerno, e della Marca Fermana. Motivo per cui, a differenza dei principi Longobardi, i Normanni non furono mai chiamati principi di Salerno. <>. Roberto giurò formalmente obbedienza alle richieste del Pontefice. 
Roberto non aveva dimenticato l’affronto subito dai bizantini e con questa scusa organizzò una spedizione nei Balcani a bordo di una notevole flotta. Per la verità per giustificare la spedizione pare si servisse di un altro dei suoi ‘astuti’ espedienti: in Calabria lo aveva raggiunto un monaco bizantino che egli disse essere lo spodestato imperatore d’oriente che si era rifugiato presso di lui chiedendo aiuto contro l’usurpatore nell’interesse proprio e del duca normanno.  Con la moglie e i figli Boemondo e Ruggero conquistò Durazzo, Corfù e Avlona. Grandi successi conseguirono Boemondo e Sichelgaita si distinsero per coraggio e intraprendenza secondo quanto racconta Anna Comnena: mentre il marito era impegnato a combattere in una zona distante, lei durante la battaglia fu colpita ad una spalla, ma vedendo che le truppe si stavano disperdendo, si strappò la freccia dalla spalla e continuò a combattere arringando i militi, riuscendo così a riguadagnare una posizione di vantaggio.
Ma il Papa a Roma, assediato dalle truppe dell’Imperatore, aveva bisogno di aiuto.
Intanto Ermanno, Abelardo ed Enrico di Conversano si erano ribellati al Duca. Roberto lasciò le operazioni militari in territorio bizantino nelle valide mani di Boemondo, e tornò in Italia.
Sconfisse le truppe imperiali sottoponendo Roma ad una feroce devastazione e portò con sé a Salerno Gregorio VII.
Un mese dopo la Cattedrale di Salerno veniva aperta al culto e consacrata proprio dal Papa.
Nell’ottobre 1084 i Duchi salernitani partirono per Brindisi nuovamente diretti alla conquista dei territori bizantini.

Il 25 maggio del 1085 moriva a Salerno Gregorio VII. Pochi mesi più tardi dopo la vittoria a Cefalonia, il 17 luglio moriva Roberto il Guiscardo. Fu sepolto nella cattedrale della Santissima Trinità a Venosa come molti altri suoi familiari e la prima moglie Alberada. L’abbazia della SS. Trinità di Venosa fu per i Normanni consapevolmente, forse, ciò che Saint-Denis era stata per i re di Francia.

Sepolcro degli Altavilla – tomba di Roberto il Guiscardo e dei suoi fratelli. – Venosa, chiesa del complesso della SS. Trinità – fine XI sec., affresco XV sec.

A Roberto succedette Ruggero Borsa e a Boemondo fu lasciata Taranto e pochi altri possedimenti, più quelli che fosse riuscito a conquistare. Boemondo non accettò di buon grado tale posizione e tra i due fratellastri ci furono aspre contese, finché non intervenne lo zio il gran conte Ruggero.
Alla fine Boemondo organizzò una spedizione in Terrasanta cui parteciparono con valore anche il nipote Tancredi e Roberto di Buonalbergo, oltre a molti altri nobili. Alla spedizione parteciparono cavalieri campani ed un notevole gruppo di calabresi. Boemondo fu insignito del principato di Antiochia ed estese i suoi domini anche in Siria Cilicia e Armenia. Tentò anche di tornare alla conquista della Grecia, ma, dopo una disfatta a Durazzo, morì nel 1111 mentre, ferito, cercavano di riportarlo a Salerno sperando in opportune cure. Fu sepolto nella Cattedrale di Canosa.
A lui successe il figlio Boemondo II, prima sotto la reggenza della madre Costanza, figlia del re di Francia Filippo I, che invano cercò di controllare le rivolte in Puglia. Fu più volte catturata. Morì in prigionia. Ad Antiochia successe poi la figlia di Boemondo II, Costanza, e poi il di lei figlio, Boemondo III. Seguirono Boemondo IV, V, VI, e VII (+ 1287) e con lui finì il principato.
La capitale del Ducato di Puglia e Calabria fu spostata a Salerno. Ruggero Borsa non aveva la stessa intraprendenza del padre e del fratellastro. Il suo regno fu segnato dall’impegno a mantenere i suoi domini. Sposò la danese Adala o Ada dalla quale ebbe il figlio Guglielmo. Ebbe alcuni contrasti con Boemondo riguardo il possesso di alcune zone della Puglia. Dopo che il primogenito del Guiscardo aveva cercato di impadronirsi di alcune città della Puglia, ci fu uno scontro nel beneventano, da cui il fratello maggiore uscì sconfitto, ma come riferisce Romualdo salernitano, in quella battaglia nessun combattente fu ucciso, tranne uno. Intanto il ducato di Amalfi, rimasto per alcuni anni, dalla morte del Guiscardo, ufficialmente senza un duca, era stato in seguito assegnato allo spodestato principe di Salerno Gisulfo II.  In seguito (morta Sichelgaita), il duca Ruggero estese il proprio dominio su Amalfi, a scapito dello zio longobardo. Nel 1092 chiede a papa Urbano II, che era a Salerno dopo aver consacrato la Basilica benedettina di Cava, l’investitura del Ducato di Puglia dichiarandosi suo vassallo.
In cambio di aiuti militari si sarebbe impegnato a cedere allo zio Ruggero Gran Conte di Sicilia una parte del suo ducato. Ruggero morì a 50 anni, dopo oltre 25 anni di governo del ducato.
 

Nota: Alla fine del VI secolo la penisola italiana, da poco annessa all’Impero bizantino, viene travolta dall’invasione dei longobardi, i quali sottraggono gran parte della penisola al controllo di Bisanzio. I territori rimasti vengono posti sotto la giurisdizione dell’Esarcato d’Italia, con capitale Ravenna.
Tra l’inizio del VIII e la fine dell’VIII secolo i bizantini perdono il controllo di tutti i loro possedimenti nell’Italia settentrionale e centrale. Gran parte di questi territori vengono conquistati dai longobardi a seguito di scontri militari: è il caso della Liguria, di numerose fortezze in Emilia, Umbria e Marche, e della stessa Ravenna, sede dell’esarca, che viene conquistata dal re longobardo Astolfo nel 751.
Solo il Lazio e la laguna veneta rimangono immuni alle conquiste longobarde nel Centro-Nord. Invece la situazione al Sud e nelle isole è ben diversa. L’avanzata longobarda nel Mezzogiorno, rappresentata dai ducati di Spoleto e di Benevento, viene frenata grazie ad una forte presenza militare bizantina in Puglia e Calabria, regioni facili da difendere e rifornire in quanto più vicine ai territori balcanici dell’Impero. Una roccaforte bizantina rimarrà per moti anni Bari.

Bibliografia:

  • Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni volgarizzata in antico francese, a cura di V. De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia, 76), Roma 1935.
  • Mito di una città meridionale; Paolo Delogu; Liguori Editore
  • Salerno, profilo storico cronologico; Gallo- Troisi; Palladio
  • Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi; Matteo Camera; Centro di cultura e storia amalfitana
  • Chronicon di Romualdo II Guarna; a cura di Cinzia Bonetti; Avagliano Editore
  • Errico Cozzo; Salerno e la ribellione contro re Guglielmo d’Altavilla nel 1160/62. Atti del convegno dell’associazione italiana dei paleografi e diplomatisti Napoli-Badia di Cava dei Tirreni ottobre 1991.
  • Un santo nella tempesta- Gregorio VII dalle sue lettere; A. Sorrentino; tip. Europa, Salerno.
  • Sichelgaita Signora del Mezzogiorno; Michele Scozia; Alfredo Guida Editore
  • Sichelgaita tra Longobardi e Normanni; Dorotea Memoli Apicella; Elea Press
  • Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento; G. Volpe; Ripostes
  • Normanni tra nord e sud. Hubert Huben, Di Rienzo Editore
I Normanni del Sud 1016-1030. John Julius Norwich; Sellerio Editore

  • Gli Amico e le rivolte dei conti normanni di Puglia contro gli Altavilla. Giuseppe Di Perna; Malatesta Editrice.

Per saperne di più leggi: Giovanni Amatuccio – Roberto il Guiscardo: Le gesta di un conquistatore. Disponibile su Amazon in formato digitale e cartaceo. https://www.amazon.it/dp/B0CLRGYS5P

©2024 Alberto Gentile (con la collaborazione di Astrid Filangieri).

Categorie
Personaggi

Adelasia del Vasto

Adelasia del Vasto, contessa di Sicilia e regina di Gerusalemme
di Fara Misuraca

 
Di Adelasia del Vasto, figlia di Manfredi Aleramo, marchese del Monferrato, contessa di Sicilia, la leggendaria contessa Adelasia dei palermitani, e regina di Gerusalemme non ci è rimasta nessuna immagine. Ma anche se di honestae faciei, come riporta Goffredo Malaterra, si dice che fosse donna volitiva e di grande fascino.
Fu la terza moglie di Ruggero I d’Altavilla, gran conte di Sicilia e Calabria e madre di Ruggero II, che fu nonno e precursore di Federico II.
Ebbe un’infanzia difficile. Infatti, in seguito alla morte di Manfredi, avvenuta nel 1079 durante una battaglia, e del successore, il fratello Anselmo, morto precocemente e senza figli, il marchesato finì nelle mani dell’avido e senza scrupoli Bonifazio che, incestuosamente, sposò la vedova del fratello Anselmo, riunendo nelle sue mani tutti i possedimenti degli Alerami. Nel marchesato non c’era più spazio per gli orfani di Manfredi, gli unici che potessero insidiare il potere di Bonifazio.
Adelasia e i suoi fratelli furono costretti a lasciare le terre natie per raggiungere luoghi più ospitali. In quegli anni molti settentrionali erano attratti dalla Sicilia, terra ricca ed ospitale, e anche la famiglia del Vasto pensò di approfittare dell’occasione per tentare di ricostruire le glorie e le fortune del defunto marchese, usurpate dal fratello Bonifazio.
I Normanni in quel periodo favorivano una politica d’immigrazione della loro gente, francese o dell’Italia settentrionale, allo scopo di rafforzare il ceppo latino che in Sicilia e Calabria era fortemente minoritario rispetto a greci, ebrei e saraceni.
Nel caso di Adelasia l’occasione di stabilirsi al sud si realizzò con la richiesta di matrimonio da parte del gran conte Ruggero, rimasto vedovo per la seconda volta.
Le nozze furono celebrate nella rocca di Mileto nel 1089. Ruggero aveva allora circa 60 anni e il matrimonio con la giovanissima Adelasia fu certamente un instrumentum regni, un calcolo politico teso a legare le sorti della gente lombarda a quelle del principe. Ruggero aveva, infatti, già 10 figli tra cui tre maschi, Goffredo, Maugero ed uno illegittimo, ma amatissimo, Giordano.
Adelasia, nonostante non fosse bellissima, era sicuramente una donna intelligente, ricca di fascino, energica e ambiziosa, ed esercitò su Ruggero una forte ascendenza.
 

Ruggero I d’Altavilla

Ebbe con lui due figli. Il primogenito Simone, nato nel 1092 debole e malaticcio che morì giovanissimo nel 1105, e Ruggero, forte, bruno e vigoroso, destinato a diventare il futuro re del regno di Sicilia, nato a Mileto il 22 dicembre 1095.
L’abile ed accorta Adelasia sfruttò abilmente il suo ascendente e seppe circondarsi di una fidata parentela, convincendo Ruggero a fidanzare i suoi due figli Goffredo e Giordano con due delle sue sorelle, mentre una figlia del Gran Conte, Flandina, andò sposa ad un fratello di Adelasia, Enrico, il quale trasferitosi in Sicilia ebbe in dote il ducato di Butera e di Paternò che lo rese il più potente barone della contea. L’abilità di Adelasia era stata veramente grande: infatti, mai prima d’allora Ruggero aveva elargito ad altri feudatari concessioni così vaste!
Il destino fu generoso con Adelasia, ben presto i figli maschi delle precedenti mogli morirono, così che dopo la morte di Ruggero, nel 1101, ella rimase reggente di Simone prima, e del futuro Ruggero II poi. Adelasia si ritrovò a capo dello stato più ricco e potente del meridione. La sua era una responsabilità immensa e molti pensarono che non potesse essere sopportata da una donna. Ma ella seppe difendere con coraggio e fermezza il trono dei suoi figli circondandosi, per prima cosa, di funzionari fedeli al marito tra i quali l’ammiraglio Cristodulo, nominato “protonobilissimo”, un calabrese di origini bizantine o, secondo altre fonti, arabe, mentre, quando fu necessario, seppe essere spietata, riuscendo a sedare con feroci rappresaglie le rivolte dei baroni ribelli. Attenta all’amministrazione della giustizia, intervenne con autorità per dirimere numerose controversie sorte tra gli abati di diverse abbazie. Protesse la chiesa greca e manifestò tutto il suo appoggio a Luca di Melicuccà e a Bartolomeo da Simeri, l’abate del Patirion di Rossano, concedendo vaste donazioni.
Non legata sentimentalmente come il marito alla Calabria, Adelasia trasferì la sua corte prima a Messina che era servita da base ai Normanni per  estendere il proprio dominio alla Sicilia, e poi a Palermo, città ricca e fiorente che a quel tempo contava circa 250.000 abitanti.
Adelasia aveva appreso dal marito non solo le arti del governare e della diplomazia, ma anche quella della mediazione, dote a lei congeniale che le consentì sempre di risolvere i conflitti che facilmente esplodevano in una realtà composita come quella siciliana, rispettando costumi e culture diverse integrate in un contesto nazionale multietnico, seguendo in questo la politica messa in atto da Ruggero. Latini, franchi, greci, arabi non dovevano sentirsi stranieri o percepire prevaricazioni dall’una o dall’altra etnia, bensì, secondo il progetto di Ruggero, che Adelasia seppe ben realizzare, dovevano sentirsi popoli di una stessa patria. Assolse a questo compito con grinta, coraggio e grande abilità fino al 1112, quando passò la mano al figlio Ruggero che in quell’anno compiva il suo diciassettesimo anno d’età.
Adelasia aveva concluso la sua opera, ma il suo carattere non era tale da consentirle di ritirarsi a vita privata e pur evitando accortamente di interferire con la politica e le decisioni del figlio, non si fermò e cominciò a cercare altre opportunità per riavere potere e signoria, e soprattutto per aiutare il figlio a diventare re. Ancora una volta la sorte aiutò Adelasia e, a seguito di alterne vicende, si rese disponibile ad un nuovo matrimonio e nello stesso 1112, un’ambasceria di Baldovino I di Fiandra, re di Gerusalemme, giunse a Messina per richiedere in moglie la quarantenne, ma ancora affascinante, Adelasia.
Fu certamente un matrimonio dettato da calcoli politici ed economici, che il torbido e avido Baldovino, che aveva da poco ripudiato la licenziosa moglie Adra dalla quale non aveva avuto figli, voleva concludere per contare su un’alleanza con i Normanni e soprattutto per mettere mano sulle notevoli ricchezze di Adelasia. Quest’ultima, però, fece introdurre nel contratto matrimoniale una clausola successoria con la quale, alla morte di Baldovino e in assenza di altri successori, erede del regno di Gerusalemme veniva designato Ruggero II.
Nell’estate del 1113 Adelasia lasciò Palermo, capitale di quella terra che aveva governato fermamente e saggiamente per circa 10 anni. Una moltitudine di sudditi si accalcò al porto per rendere omaggio e salutare la contessa in partenza per Gerusalemme. La squadra navale che la accompagnava era imponente, composta da 11 navi da guerra e mercantili cariche di soldati, tra i quali 500 arcieri saraceni, il cui valore era famoso in tutto l’occidente, viveri e mercanzie, oltre al tesoro personale della contessa.
Nel nuovo regno, Adelasia fu accolta con tutti gli onori e le nozze furono celebrate in una cornice di fasto orientale. Con questo matrimonio Baldovino risolveva i suoi problemi economici e militari, mentre Adelasia realizzava il proprio sogno di potenza e garantiva al figlio la tanto sospirata corona. Ma la buona sorte questa volta voltò le spalle alla regina. Ben presto le lagnanze del clero locale e dei potenti del regno che ritenevano nulle le nozze arrivarono alle orecchie del Papa Pasquale II. A queste si aggiunsero sicuramente le rimostranze dell’imperatore bizantino specie quando divenne di pubblico dominio il patto di nozze che riservava al conte di Sicilia la successione al trono di Gerusalemme. L’avido e privo di scrupoli Baldovino, che si era già impadronito del tesoro di Adelasia per pagare i suoi debiti, si lasciò facilmente convincere ad annullare le nozze quattro anni dopo, il 25 aprile 1117. Adelasia, addolorata per il raggiro, ma impotente, si imbarcò alla volta di Palermo. Ruggero rimase sconvolto e rabbioso per il trattamento subito dalla madre, ma doveva ancora pensare a consolidare la posizione delle contee di Sicilia e Calabria, prima di potersi permettere di intraprendere imprese di vendetta contro Baldovino. Forse fu questa una delle ragioni che determinò la sua avversione per le crociate.
Per alleviare le sofferenze della madre, Ruggero organizzò grandi festeggiamenti per il suo ritorno ma Adelasia, sensibile ed orgogliosa, preferì non restare a corte e si ritirò dapprima nel monastero di San Bartolomeo a Palermo e poi in un monastero lontano dalla capitale, a Patti, dove morì il 16 aprile 1118. Il suo corpo fu deposto in un sarcofago nella Cattedrale di Patti.

Il sarcofago di Adelaide del Vasto – cattedrale di Patti. La tomba, originariamente fatta costruire nel 1122 è stata sostituita con un sarcofago rinascimentale nel 1557.


Adelasia, che aveva circa cinquant’anni al momento della morte non era riuscita a veder realizzato il suo sogno: il proprio figlio Ruggero incoronato re di Sicilia. Solo nel 1130 Ruggero riuscì a realizzare quel sogno: sicuramente nel momento dell’incoronazione avrà avuto un pensiero per sua madre, la gran contessa Adelasia.
Bibliografia
• Goffredo Malaterra DE REBUS GESTIS ROGERII CALABRIE ET SICILIAE COMITIS.
• Pasquale Hamel ,  Adelaide del Vasto regina di Gerusalemme, Sellerio.
• AA VV  Storia della Sicilia.
• Santi Correnti Storia della Sicilia, Periodici locali Newton.
Copyright  © Fara Misuraca -Alberto Gentile

Categorie
Ricerca iconografica

Fiorentino

Il sito archeologico di Fiorentino (Foggia).
 
La città di Fiorentino (nel medioevo Florentinum) conosciuta anche come Castelfiorentino o Castel Fiorentino, nota ai più per essere stato il luogo ove il 13 dicembre 1250 si è spento l’Imperatore Federico II, in questi ultimi anni è stata al centro dell’attenzione di archeologi e storici.

La cosiddetta Torre di Fiorentino, foto di Alberto Gentile
La cosiddetta Torre di Fiorentino, foto di Alberto Gentile.


Gli scavi archeologici (1982-1992), condotti dall’Università di Bari e dall’Ecole française di Roma, diretti dai francesi Françoise Piponnier e Patrice Beck e coordinati dalla professoressa Maria Stella Calò Mariani, hanno evidenziato elementi che fanno pensare a Fiorentino come una sede importante, una vera e propria cittadella con una cattedrale, una zona urbana e, nella parte ovest, il “Palatium” dell’Imperatore.
 

Antica mappa della Capitanata.
Collocazione di Fiorentino all’interno della Capitanata.
Veduta satellitare di Fiorentio fonte Google Maps.
Veduta satellitare di Fiorentino – Google Maps

Ubicazione
I resti dell’antico abitato di Fiorentino si trovano in agro di Torremaggiore (FG), a 9 km a sud di questa Città, sull’estremo versante ovest di una collina detta dello Sterparone: uno sperone interfluviale delimitato a nord dal Canale della Bùfola (o Bufala o Bùffala) e a sud da un piccolo corso d’acqua detto il Canaletto. (Raggiungibile da San Severo percorrendo la strada che porta a Castelnuovo della Daunia).

“Città di Frontiera”
Fiorentino vanta un’origine in comune con altre “città di frontiera” volute dai Bizantini: infatti, agli albori dell’XI secolo gli imperatori bizantini tentarono di consolidare i loro possedimenti in Italia meridionale continuamente minacciati dai Longobardi a nord e dagli arabi a sud. Per attuare tale piano, i Catapani inviati da Bisanzio si lanciano alla conquista della Daunia, al fine di spostare i malsicuri confini del Thema di Longobardia (suddivisione amministrativa dell’epoca), segnati dal fiume Ofanto, verso quelli meglio difendibili delimitati dal corso del Fortore. Nascono così, tra il 1018 ed il 1040, grazie alla febbrile attività edificatoria dei Catapani Basilio Bojohannes e dell’omonimo suo figlio, numerose città-piazzeforti con il compito di munire la nuova frontiera di efficaci baluardi contro incursioni e razzie, ripopolando il Tavoliere, allora semideserto.
Questi centri neoformati, quali Fiorentino, Troia, Dragonara, Civitate, Montecorvino, Tertiveri e Devia, furono da sùbito elevati a sedi vescovili, ad eccezione di Devia.
Le città fondate dai due Catapani con lo scopo di difendere la nuova frontiera dalle sortite longobarde, in realtà avrebbero poi dovuto servire a fronteggiare razziatori d’altra provenienza: i Normanni, assoldati dai Longobardi. Nel tardo Medioevo questi siti sono stati abbandonati (tranne Troia), andando a costituire così un interessante patrimonio archeologico.
 
Cronologia
Fiorentino fu baluardo dei Bizantini nell’XI secolo, contea Normanna nell’XII, nel XIII secolo, con gli Svevi, entrò a far parte del demanio, mentre gli Angioini la diedero in feudo.
 
L’abitato
I ruderi di Fiorentino erano leggibili e misurabili ancora nel secolo scorso, quando il Fraccacreta li studiò. Le case dovevano affollarsi le une accanto alle altre, fino a schiacciarsi contro le mura di cinta, ma avevano dimensioni maggiori di quelle finora supposte, come hanno acclarato gli scavi archeologici recentemente eseguiti.
Costruzioni artisticamente di rilievo e di dimensioni imponenti erano la cattedrale ed il palazzo di Federico II.
La strada principale era detta “magna platea” ad essa doveva corrispondere almeno un’altra strada di minore larghezza, forse parallela, come la “platea vicinalis”. Le rimanenti vie erano strettissime e dovevano formare un dedalo e si riversavano nella strada principale.
In epoca normanna la città conobbe un’apprezzabile espansione urbanistica con la nascita di un sobborgo, il “Carunculum”, situato ad est dell’abitato, che in definitiva era l’unico versante in cui si poteva edificare. In questo periodo tutti gli spazi liberi (i casalina) vengono invasi dalle abitazioni che non risparmiano nemmeno il vallo che circondava il castello.
Solo la luce che proveniva dalle strade illuminava i vari ambienti delle case, non essendovi cortili né giardini interni.

Resti della Domus di Fiorentino - foto di Alberto Gentile
Resti della Domus di Fiorentino – foto di Alberto Gentile.

I Normanni eressero, sull’estremità più alta della collina, un piccolo castello, che successivamente Federico II fece trasformare nel suo “Palatium”. Esso divenne uno dei “loca Sollaciorum” (luoghi di svago), dove trascorrere il tempo dedicato alla caccia e al riposo. La domus (collocata nel lato ovest della collina) con l’ingresso principale che volge a sud, presenta una forma di rettangolo imperfetto della lunghezza di 29 metri e della larghezza di 17 metri, diviso in due grandi ambienti, con muri rivestiti da belle pietre squadrate ed un pavimento in “opus spicatum” (spina di pesce) di terracotta, con due camini. Inoltre, sono stati trovati all’interno frammenti vitrei policromi, frammenti di capitelli e colonnine forse appartenute a finestre, monete di epoca federiciana.
Probabilmente il palazzo aveva uno o due piani superiori, ciò è ipotizzabile dal grosso spessore delle pareti. Il palazzo era delimitato da un largo fossato.  
 
Nelle abitazioni di Fiorentino sono state trovate, oltre a ceramiche, vetri e colonne, molte fosse granarie o cisterne.
 

Rovine della Cattedrale di Fiorentino (Disegno di Victor Baltard del 1844).
 
Rovine della Cattedrale di Fiorentino (Disegno di Victor Baltard del 1844).
 

A sud della strada principale nella zona urbana si trova la Cattedrale, una chiesa ad una sola navata e monoabsidale, intitolata al santo patrono del popolo longobardo, l’Arcangelo Michele; infatti, la popolazione di Fiorentino e delle altre città piazzeforti era composta prevalentemente da famiglie di origine longobarda, le uniche reclutabili in zona dai Bizantini per popolarle. In Fiorentino vi erano ben dodici chiese.
Nella parte orientale del sito, nella zona al confine tra la città ed il sobborgo “Carunculum”, è collocata la Torre ancora parzialmente conservata in altezza, che poggia su uno zoccolo tronco piramidale.

Torre di Castel Fiorentino- foto di Albero Gentile
Torre – foto di Alberto Gentile.

Le mura della torre sono ora composte da mattoncini disposti in filari regolari (in origine, il basamento murario era costituito da una cortina lapidea a conci squadrati), l’interno mostra una copertura a crociera costolonata.
Il degrado di Fiorentino iniziò già nel XIII secolo: nel 1255 le truppe del Papa Alessandro IV attaccarono Fiorentino, rimasta fedele agli Svevi, distruggendola; poi gli Angioini, dopo averla parzialmente ricostruita, la usarono solo per scopi militari. Nel 1300, iniziò la spoliazione del sito fino alla totale rovina. Tra gli elementi asportati vi è la gran lastra di marmo, usata come piano dell’altare maggiore nella Cattedrale di Lucera, che si dice fosse la mensa di Federico.
 

Particolare ravvicinato della Torre - foto di Alberto Gentile
Particolare ravvicinato della Torre – foto di Alberto Gentile.
Sito archeologico di Fiorentino - cartello con informazioni
Sito archeologico di Fiorentino – cartello con informazioni 
Sito archeologico di Fiorentino - cartello con informazioni relativo agli scavi - descrizione dei reperti archeologici trovati.
Sito archeologico di Fiorentino – cartello con informazioni relativo agli scavi – descrizione dei reperti archeologici trovati.
Castel Fiorentino: sulla destra si vedono bene la torre e la stele ottagonale. Sulla sinistra i resti della domus.
 Castel Fiorentino: sulla destra si vedono bene la torre e la stele ottagonale. Sulla sinistra i resti della domus.
Cippo marmoreo posto sulla collina di Fiorentino (foto di Michele Solimando). 
«Cecidit sol mundi qui lucebat in gentibus» (è caduto il sole del mondo, che riluceva in mezzo alle genti). Con questa frase Manfredi comunica al fratellastro Corrado la scomparsa del padre Federico II.
Cippo marmoreo posto sulla collina di Fiorentino (foto di Michele Solimando). 
«Cecidit sol mundi qui lucebat in gentibus» (è caduto il sole del mondo, che riluceva in mezzo alle genti). Con questa frase Manfredi comunica al fratellastro Corrado la scomparsa del padre Federico II.

 

Bibliografia:


  • Fraccacreta M., Teatro topografico-storico-poetico della Capitanata, Forni Editore, Napoli 1828.
Autori Vari, Fiorentino, Campagne di scavo 1984 – 1985. Galatina (Lecce) 1987.

  • Roberto Matteo Pasquandrea, Fiorentino: una città bizantina di frontiera (XI-XIV sec.) in Profili della Daunia antica, a cura del Centro FG/31 (CRSEC Foggia), Foggia, 1986.
  • 
G. de Troia, Foggia e la Capitanata nel Quaternus Excadenciarium di Federico II di Svevia, Foggia, 1994.

  • Martin J. M., Cuozzo Errico, Federico II Le tre capitali del regno Palermo – Foggia – Napoli, Napoli, 1995.

  • Martin J. M., L’apporto della documentazione scritta medievale, in: Fiorentino, Cogendo Editore, Galatina 1984.

  • Autori Vari, Fiorentino, Campagne di scavo 1984 – 1985. Galatina (Lecce) 1987.

  • P. Beck, M. S. Calò Mariani, C. Laganara Fabiano, J. M. Martin, F. Piponnier, Cinq ans de recherches archélogiques à Fiorentino, in Mélanges de l’Ecole Française. Moyen Age, 1989.
  • CASTELFIORENTINO Francesco Paolo Maolucci Vivolo – Bastoni 2008

©2022 Alberto Gentile

Categorie
Ricerca iconografica

Castello di Dragonara

Veduta d'insieme del castello di Dragonara visto dalla via di accesso principale.
Veduta d’insieme del castello di Dragonara.
Antico disegno del castello di Dragonara (autore sconosciuto).

Epoca: XI secolo.

Conservazione: attualmente il castello è adibito ad uso agricolo.

Come arrivarci: pur essendo a pochi chilometri da Torremaggiore, si trova in agro di Castelnuovo della Daunia, vi ci si arriva uscendo dall’autostrada A14 Bologna-Taranto, al casello di San Severo, proseguire per Torremaggiore. Giunti a Torremaggiore imboccare la Strada Provinciale 11 Torremaggiore per Casalnuovo Monterotaro, proseguire in direzione Casalnuovo per 12,5 Km, per poi svoltare a destra su una strada di campagna sterrata per 1,5 km circa.

Immagine tratta dalla mappa di Google.
Collocazione di Dragonara in una antica mappa.

Cenni storici.

“Città di Frontiera”
Dragonara ha un’origine in comune con altre “città di frontiera” volute, agli albori dell’XI secolo, dagli imperatori bizantini: questi cercarono di consolidare i loro possedimenti in Italia meridionale minacciati dai Longobardi a nord e dai saraceni a sud. Per attuare tale piano, i Catapani inviati da Bisanzio s’impegnano in un nuovo “incastellamento” della Daunia, al fine di spostare i malsicuri confini del Thema di Longobardia (suddivisione amministrativa dell’epoca), segnati dal fiume Ofanto, verso quelli meglio difendibili delimitati dal corso del Fortore. Nascono così, tra il 1018 ed il 1040, grazie alla attività edificatoria dei Catapani Basilio Bojohannes e dell’omonimo suo figlio, numerose città-piazzeforti con il compito di munire la nuova frontiera di efficaci baluardi contro incursioni e razzie, ripopolando il Tavoliere.
Tra questi centri neoformati, oltre a Dragonara ricordiamo Fiorentino, Civitate, Troia, Montecorvino, Tertiveri e Devia.
Tutte le città fondate dai due Catapani, nel tardo Medioevo sono state abbandonate, ad eccezione di Troia.
Per la sua importanza strategica alla iniziale fabbrica bizantina, che comprendeva anche due cinte concentriche di terra battuta, si aggiunsero le opere costruite successivamente dai Normanni e dagli Svevi e dagli Aragonesi.
Alcuni documenti attestano che Dragonara fu anche sede episcopale; i suoi vescovi svolsero compiti importanti e la sua diocesi venne ereditata dalla Diocesi di San Severo nel 1580. Dai suoi vescovi dipendevano molti centri; tra questi ricordiamo anche l’abbazia di Santa Maria di Tremiti. Dragonara nel 1255 subì la stessa sorte di Fiorentino rimanendo rasa al suolo ad opera delle truppe di papa Alessandro IV.

Alle spalle del castello di Dragonara c’è una piana e subito dopo un bosco. Nella zona pianeggiante era situato il centro urbano della città fortificata di Dragonara. Al di là del bosco scorre il fiume Fortore e oltre il Fortore c’è il confine con la regione Molise.


Cronologia
Dragonara fu baluardo dei Bizantini nell’XI secolo, successivamente nell’XII è passata ai Normanni, nel XIII secolo, agli Svevi, successivamente agli Angioini e agli Aragonesi, in seguito alla famiglia di Sangro.

Il Castello
Dell’antica città di Dragonara rimane solo il castello, in pietre squadrate ed abbozzate, che si erge sulle prime pendici del sub-appennino dauno. Attualmente il castello, dopo gli innumerevoli rimaneggiamenti, si presenta di forma rettangolare, con un cortile interno, 3 torri cilindriche ed una quadrata; un’altra torre cilindrica, isolata, è posta ad una certa distanza dal medesimo. Questa torre, vuota all’interno, sembra che non avesse nessuna porta di entrata, salvo quella praticata in epoca recente per adibirla a stalla. Forse per accedere al suo interno si usavano scale mobili oppure, secondo alcuni, un passaggio sotterraneo di collegamento tra il castello e la torre.

Una torre cilindrica.
Altra veduta d’insieme del castello.
Lateralmente al castello è visibile una torre di forma cilindrica isolata dal fabbricato del maniero.
La torre cilindrica esterna e vicina alla torre quadrata che inizialmente doveva essere cilindrica e che fu modificata dalla famiglia di Sangro.
Sulla facciata anteriore della torre quadrata sono posti, nella zona centrale, lo stemma della famiglia di Sangro e una lapide.
Stemma della famiglia di Sangro.
Questa lapide testimonia che nel 1769 il castello è stato ristrutturato dalla famiglia di Sangro e che in particolare una delle quattro torri è stata modificata da cilindrica a quadrata.
Veduta d’insieme del castello, foto scattata in estate.



Bibliografia:
R. M. Pasquandrea: Fiorentino: una città bizantina di frontiera (XI-XIV sec.), in Profili della Daunia antica, a cura del Centro FG/31 (CRSEC Foggia), Foggia 1986.
L. Sansone Vagni, Raimondo di Sangro Principe di San Severo, Editrice Bastogi, 1992.
M. S. Calò Mariani – A. Ventura – A. Muscio – A. Altobella – J. M. Martin – P. Corsi – L. Pellegrini – U. Kindermann – E. Ciancio – A. Pepe – G. Onofrio – E. Catello – C. Laganara Fabiano, Capitanata Medievale, Claudio Grenzi Editore, Foggia 1998.


©2022 Alberto Gentile (testo e foto)